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Conquistare leggi che garantissero maggiore rappresentanza femminile nelle istituzioni è stata dura. Ma la realtà parla di ritorno al Medioevo: misoginia, discriminazioni e “celodurismo” continuano a farla da padroni. E le elezioni europee si avvicinano. Che c’era un colpo di coda del maschilismo dei luoghi di potere dovevamo capirlo fin da quando è stato formato il governo: 11 tra ministre e sottosegretarie su 63 membri di governo, il 79,2% degli incarichi istituzionali in mano agli uomini. È nelle istituzioni, al governo della comunità, che le donne vengono tagliate fuori. Misoginia e discriminazioni che partono dall’alto: il “celodurismo”, uscito dal linguaggio della politica, è diventato una pratica.

Per questo l’anno scorso ha fatto scalpore che come “miglior sindaco del mondo” il World Mayors Prize non solo indicasse una amministrazione italiana, ma addirittura una sindaca: Valeria Mancinelli, sindaca di Ancona (poco più di centomila abitanti). Una mosca bianca: nonostante anche due città come Roma e Torino siano rette da sindache, in realtà nel nostro Paese solo il 14% dei comuni ha scelto una donna come rappresentante della propria comunità. E dove i partiti contano di più le donne sono meno: su 7.661 comuni italiani, infatti, ci sono 985 sindaci donna nei comuni inferiori a 15mila abitanti, solamente 86 sindaci donna nei comuni superiori a 15mila abitanti (nessuna in regioni come la Calabria o il Molise). La nuova legge elettorale del 2017 impone le candidature femminili per il Parlamento, e ciò nonostante - secondo uno studio del Senato - la composizione finale di Camera e Senato vede solo il 35% di rappresentanti donne (mentre nelle liste le candidate erano il 45%). Sfatata la leggenda che “le donne non si candidano”, bisogna cominciare a contestare anche la tesi per cui “gli elettori non si fidano delle donne”, e andare a vedere tutti i giochi politici di apparentamenti che nelle circoscrizioni favoriscono l’uno piuttosto dell’altra. Anche per le elezioni europee la normativa italiana nel 2014 prevedeva già l’alternanza di genere nelle preferenze, e siamo arrivati al 38% di parlamentari italiane a Bruxelles. Ma visto che ormai siamo - e da tempo - in piena campagna elettorale per le europee di maggio, lo studio fatto dalla Ue in occasione dell’8 marzo (tutti gli studi sulla presenza femminile, in tutti i settori, portano la stessa data…), aiuta a capire chi ci governa: anche perché - nonostante la nostra normativa elettorale - siamo scavalcati nella rappresentanza femminile da Finlandia, Irlanda, Croazia, Malta e Svezia, Spagna e Francia, e ce la giochiamo con Austria e Paesi Bassi. Morale: al Parlamento europeo, nonostante gli exploit di rappresentanza femminile di Paesi come la Finlandia (dove hanno un problema di rappresentanza maschile), nonostante le conquiste delle parlamentari (hanno fatto il giro del mondo le foto della deputata di Podemos che allattava in aula), le donne sono ancora poco più di un terzo. Alla prossima tornata elettorale undici Stati voteranno con normative che rispettano la rappresentanza di genere: new entry la Grecia (che ha imposto il 33%, mentre ora è sotto il 30% di donne), e il Lussemburgo con il 50% e sanzioni pecuniarie per chi non la rispetta (oggi è intorno al 34%). Conquistare leggi che garantissero maggiori opportunità di rappresentanza femminile nelle istituzioni è stata dura. Nelle Regioni è ancora spesso una chimera: la legge sulla doppia preferenza di genere è ancora osteggiatissima in regioni come la Calabria, la Puglia, il Veneto (e secondo uno studio Cnr-Irrps solo il 17,6% dei consiglieri regionali sono donne). Incredibili le ore spese in convegni e dibattiti regionali, manifestazioni e raccolte di firme, per arrivare a dei nulla di fatto. È questo il quadro politico in cui si insinuano le politiche contro le donne, gli attacchi alla legge 194, in cui l’Italia si fa ospite del World Congress of Families (Congresso Mondiale delle Famiglie) a fine mese a Verona, la città che sovvenziona le associazioni anti-aborto, in cui il divorzio viene visto come un attacco alla “famiglia tradizionale”, dove vien dato fiato alla politica dell’odio contro le donne e contro ogni “diversità”. È anche per questo che il diritto alla rappresentanza delle donne è uno di quei diritti che dobbiamo tenere fermo e prezioso, che dobbiamo lottare ancora per affermare. E per difenderlo.