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Sempre meno nascite: siamo al minimo storico dall’Unità d’Italia. Ma come e quanto ci si sta misurando con questi dati? Come e quanto la politica è pronta a fronteggiarli e ad adottare misure e azioni concrete di inversione di queste tendenze. L’Istat ha fornito un vastissimo quadro della situazione demografica dell’Italia anche in rapporto a quella degli altri Paesi dell’Unione europea. Prima nota dolente: al 1° gennaio di quest’anno la nostra popolazione è stimata in 60 milioni e 391mila residenti (-oltre 90mila rispetto al 2017) di cui oltre 5 milioni sono stranieri. Ma nel 2018 sono state registrate appena 449mila nascite, 9mila in meno dell’anno precedente (la diminuzione è costante e progressiva).

Questo del 2018 è un nuovo minimo storico dall’unità d’Italia. Anche i decessi 2018 sono diminuiti: 646mila (13mila in meno del 2017), ma il cosiddetto “livello di sostituzione” (ossia quel numero di figli necessari per rimpiazzare i decessi) è negativo di ben 200mila unità, e l’Istat ha calcolato che anche nei prossimi anni le nascite non saranno sufficienti a compensare le morti nonostante il fatto nuovo che la fecondità in Italia sia in modesto rialzo dall’1,34 all’1,59 per donna nell’arco temporale 2017-2065. Per compensare i decessi, il tasso di fertilità dovrebbe essere di 2,1 figli per donna, mentre oggi alla media di 1,26 delle italiane corrisponde l’1,97 delle straniere residenti (ma anche per loro c’è un calo sensibile rispetto al 2,43 del 2010). Ma la fecondità in Italia è distribuita in modo tutt’altro che uniforme. L’area più prolifica (1,76 per donna) è concentrata nella provincia autonoma di Bolzano. Seguono la provincia di Trento (1,50), la Lombardia (1,38) e l’Emilia-Romagna (1,37). Vedi caso tra le aree più ricche del Paese, e dove il tasso di occupazione è più alto. Mentre le aree dove la fecondità è più contenuta sono tutte nel Mezzogiorno (media 1,29) e in particolare in Basilicata (1,16), Molise (1,13) e Sardegna (1,06). Ma la situazione è critica anche nel Centro che, con 1,25, occupa l’ultimo posto tra le grandi ripartizioni geografiche e, in particolare, nel Lazio (1,23). Che la situazione sia destinata ad aggravarsi è documentato dai dati emersi nel corso del Festival di statistica 2018: le donne italiane in età riproduttiva sono sempre meno e con una propensione sempre più bassa ad avere figli sicché la popolazione italiana potrà crollare tra un secolo a poco più di 16 milioni di abitanti. Il fenomeno della denatalità è comunque diffuso in tutt’Europa. L’istituto statistico dell’Ue (Eurostat) ha calcolato che il tasso è sceso nell’Unione ai livelli più bassi durante la crisi economica (2008-2011) tanto da parlare di baby recession: dai più di 7,2 milioni di nuovi bebè del 1970 si è passati ai poco più di 5 milioni di neonati del 2016. Anche a livello europeo, così, il tasso medio di natalità si è contratto sino a 1,60 figli per donna contro quel 2,1 che avrebbe garantito il famoso livello di sostituzione. I tassi di natalità più alti sono stati registrati in Irlanda (13,5 per cento residenti), Svezia e Regno Unito (11,8) e Francia (11,7). Invece i più bassi si contano in Italia (7,8), Portogallo (8,4), Grecia (8,6), Spagna (8,7), Croazia (9) e Bulgaria (9,1). In termini assoluti la popolazione nel 2016 è aumentata in 18 stati membri dell’Ue, e diminuita in dieci, tra cui l’Italia, come si è già visto. Poi anche l’Onu ha fornito alcuni dati allarmanti sulla demografia europea: se gli ultrasessantenni sono oggi un quarto della popolazione del vecchio continente, entro il 2050 saranno già il 35%; e se per ogni persona di età superiore ai 65 anni ci sono oggi 3,3 persone in età lavorativa, nel 2050 questa proporzione scenderà sotto la soglia di 2, con l’Italia destinata ad averne 1,8 già nel 2035 con le inevitabili, allarmanti ricadute sul sistema del welfare. Come e quanto l’Italia si sta misurando con questi dati? Come e quanto è pronta a fronteggiarli e ad adottare misure e politiche di inversione di queste tendenze. Zero. Davvero zero? Bastino a dimostrarlo quattro dati: - il piano nazionale per la famiglia, varato nel 2012, denunciava che avessero sino ad allora “largamente prevalso interventi frammentati, di breve periodo e di corto raggio senza una considerazione complessiva” della situazione, in particolare con una “larga sottovalutazione delle esigenze delle famiglie con figli”. Nulla da allora è cambiato, nessun nuovo piano è stato elaborato; - anche la legge di bilancio per il 2019 non fa che confermare una linea di misure frammentate e di una tantum, senza adottare ancora una volta iniziative strutturali in grado di offrire un reale sostegno a quei cittadini che vogliono mettere al mondo dei figli; - solamente 43 donne su cento (dato Istat) continuanio a mantenere il proprio lavoro in seguito alla nascita di un bambino. Di più: spesso le neomamme subiscono una grave decurtazione dello stipendio (sino al 20%) nei venti mesi postparto; - l’obiettivo fissato in sede europea (copertura territoriale dei servizi per l’infanzia almeno al 33% entro il 2010) è così largamente disattesa che ben dieci anni dopo questa scadenza, in Italia la copertura arriva in media ad appena il 20%, con punte minime del 13% di strutture nelle regioni meridionali.