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Dalle regioni meridionali c’è una fuga impressionante al Nord di pazienti che non riescono ad accedere alle cure di cui hanno bisogno nei territori in cui vivono. Queste disuguaglianze, anche in materia sanitaria, tra le regioni settentrionali e quelle del Sud sono messe in evidenza da un recente rapporto della Fondazione Gimbe sulla mobilità sanitaria interregionale. Questo rapporto, mettendo a confronto l’indice di attrazione e quello di fuga, fornisce un quadro sia dell’efficacia e sia dell’efficienza di ciascun servizio sanitario regionale. Da un punto di vista economico, la cosiddetta mobilità attiva, cioè l’indice di attrazione di una regione (identificando le prestazioni sanitarie offerte a cittadini non residenti) rappresenta per le regioni una voce di credito, mentre la mobilità passiva rappresenta una voce di debito. E’ la conferma di quanto aveva denunciato nella passata legislatura la commissione sanità del Senato a conclusione dell’indagine conoscitiva sul sistema sanitario nazionale: nel suo complesso esso non solo è in sofferenza ma i singoli sistemi regionali registrano rilevanti differenze rispetto alla garanzia dei livelli essenziali di assistenza (Lea). Ed ecco allora le cifre del saldo calcolato dalla Fondazione, e in base al quale si deduce che le regioni possono essere suddivise in quattro categorie. Quattro di esse mostrano un saldo positivo rilevante, ben oltre i cento milioni: Lombardia (+808,7 milioni di euro), Emilia Romagna (+357,9), Veneto (+161,4) e Toscana (+148,3). In sostanziale equilibrio o saldo comunque positivo, inferiore a 20 milioni di euro, sono altre tre regioni: Molise, Umbria, Friuli Venezia Giulia. Un moderato saldo negativo, inferiore a 6 milioni, si registra in Basilicata, Liguria, Piemonte, Marche, Sardegna e Abruzzo. Infine altre cinque mostrano un saldo negativo rilevante: dalla Calabria (-319,5 milioni) alla Campania (-302,1), dal Lazio (-289,9) alla Sicilia (-239,8), alla Puglia (-181 milioni di euro). Ora la legge determina annualmente il fabbisogno sanitario, nazionale standard, cioè il livello complessivo delle risorse del Servizio sanitario nazionale al cui finanziamento concorre lo Stato. Com’è determinato questo fabbisogno? Oltre che dal quadro macroeconomico e dal rispetto dei vincoli di finanza pubblica e degli obblighi assunti dall’Italia in sede comunitaria, anche dalle necessità derivanti dalla determinazione dei livelli essenziali di assistenza erogati in condizioni di efficienza e appropriatezza. All’inizio, il riparto regionale del finanziamento sanitario pubblico avveniva sulla base della spesa storica. Ma da qualche anno è stato introdotto un nuovo criterio che, tra l’altro, introduce il principio della individuazione delle regioni più efficienti a cui le più svantaggiate devono fare riferimento. Ecco allora la necessità - sottolineata in una risoluzione presentata in commissione sanità della Camera da Ubaldo Pagano e altri deputati - di impegnare il governo ad assumere iniziative che favoriscano la creazione di un sistema sanitario più equo che dia alle regioni maggiormente in difficoltà adeguati strumenti volti a fronteggiare le difficoltà strutturali e il gap di risorse che le regioni meridionali scontano rispetto a quelle del Nord. E, questo, “per porre fine al meccanismo per cui le regioni più ricche, avendo maggiori possibilità di investimento, sono anche più virtuose e ricevono quindi maggiori risorse a scapito di quelle più povere che vengono ancor più depauperate”. Questo significa anche che il governo deve assumere iniziative per un nuovo e aggiuntivo criterio di riparto del Fondo sanitario nazionale come “il criterio di deprivazione economica, con un suo peso ponderato non inferiore al 10% a valere sull’intera quota, al fine di non perseverare nella penalizzazione delle regioni del Sud”.