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Un arcipelago di gruppi, associazioni e parrocchie impegnati in preziosissimi progetti di cooperazione e sostegno alle popolazioni locali. Un patrimonio di cui andare fieri e sostenere invece di demonizzare e delegittimare per lucrare consensi elettorali. Mentre una parte del Paese è ancora in apprensione per le sorti della giovane ventitreenne Silvia Romano, l’ennesima cooperante rapita, questa volta in Kenya, nei giorni scorsi mentre si trovava lì per conto di una piccola onlus marchigiana (Africa Milele, che in swahili vuol dire Africa per sempre), non sono mancati commenti odiosi nei suoi confronti e nei confronti, più in generale della cooperazione internazionale.

Vuole il caso che spesso questi commenti vengano dagli stessi che, per giustificare il loro atteggiamento negativo nei confronti dei migranti e delle politiche di accoglienza a loro favore, si nascondono dietro lo slogan “aiutiamoli a casa loro” per poi contraddirsi vistosamente in occasioni drammatiche come questa. Più che “aiutiamoli” in realtà pensano più semplicemente al “teniamoli a casa loro”, senza tener conto che a farli muovere da “casa loro” sono condizioni estreme di violenza, guerre, povertà, carestie, siccità, cambiamenti climatici: in una parola la tragica mancanza di alternativa tra vivere e morire. Eppure, sia che si tratti delle Organizzazioni Non Governative (Ong) impegnate nei salvataggi in mare, per evitare che per tanti quel viaggio della speranza intrapreso si trasformi esso stesso in tragedia, sia che ci si imbatta per le stesse condizioni estreme nelle difficoltà di lavoro sul campo in tanti paesi poveri del mondo, cooperanti ed Ong vengono presi di mira e delegittimati. Atteggiamento miope ed inumano, che già tanti danni sta producendo non solo nel clima generale del Paese, ma anche concretamente nella diminuzione delle donazioni dei privati a sostegno delle Ong e dei loro progetti. Quella delle Ong è comunque una realtà grande ed importante: Open cooperazione, su 160 organizzazioni censite, parla di 81.000 volontari e circa 1000 giovani in servizio civile, quasi 20.000 risorse umane impiegate e un totale di risorse finanziarie mobilitate per quasi 805 milioni di euro (di cui il 40% raccolte da donazioni private attraverso l’impegno di oltre settecentomila donatori), circa ventimila progetti portati avanti in proprio o con partner prevalentemente in Africa, Asia e America Latina. Si tratta di dati finora in costante incremento, nonostante tutto, dal 2014. Istruzione e formazione, sanità e salute, sviluppo rurale e aiuto umanitario, salvaguardia dei diritti umani e tutela dell’infanzia i loro principali settori di intervento, anche se non mancano interventi in infrastrutture, tutela dell’ambiente, microcredito o attività di advocacy. Occorrerà vedere quanto questo nuovo clima inciderà, e come, nei prossimi anni. Nel frattempo l’Italia continua ad essere molto distante dall’obiettivo, definito a livello internazionale e contenuto anche nell’Agenda 2030 dell’Onu, di destinare lo 0,7% del Pil alla cooperazione internazionale allo sviluppo rimanendo ancora ferma attorno allo 0,3% del Pil, molto al di sotto della metà di quanto ci si sarebbe prefisso. Eppure quella delle Ong di cui abbiamo fin qui parlato (quella delle organizzazioni riconosciute dal Governo Italiano e operanti in rapporto con il Ministero degli Esteri e la nuova Agenzia Italiana per la cooperazione allo sviluppo) è solo la punta di quell’iceberg della solidarietà che opera con i Paesi del sud del mondo e che coinvolge migliaia di realtà anche locali ed informali, molte delle quali sfuggono anche alle statistiche nazionali, fatte di gruppi di volontariato, associazioni, circoli e parrocchie, impegnati in piccoli ma preziosissimi progetti di aiuto e sostegno delle popolazioni locali. Un patrimonio di cui andare fieri, curare e sostenere invece che demonizzare e delegittimare nella speranza di lucrare consensi elettorali.