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Se il PIL si è faticosamente ripreso dalla crisi, il Mercato sembra invece ancora invischiato in una palude sempre più densa di scetticismo. Tra i problemi che affliggono il moderno capitalismo, l’Economist ha recentemente puntato il dito contro una generalizzata carenza di concorrenza (The Economist, 15 novembre 2018). Nonostante la globalizzazione, infatti, i mercati “tradizionali” sarebbero sempre più concentrati e vischiosi, e quelli digitali sarebbero dominati da un numero ristretto di imprese di dimensioni globali. Un crescente e diffuso potere di mercato non danneggerebbe solo il benessere dei consumatori, ma spiegherebbe anche perché la quota dei profitti sul PIL cresce, la disuguaglianza aumenta, e la crescita della produttività rallenta.

Tuttavia, come viene suggerito dall’Economist, la soluzione per “salvare il capitalismo da se stesso” non è meno mercato, ma più concorrenza. Il dibattito sulla crescita del potere di mercato nell’economia contemporanea si sviluppa già da qualche anno, stimolato da un lavoro del Council of Economic Advisors della Casa Bianca (Furman J. e P. Orszag, “A Firm Level Perspective on the Role of Rents in the Rise of Inequality”, 2015), ed è stato anche oggetto di una recente tavola rotonda del Competition Committee dell’OCSE, utile occasione per fare il punto sulle principali evidenze economiche disponibili: un aumento generalizzato della concentrazione dei settori economici che si accompagna a markup e profitti in crescita. La concentrazione aumenta. Negli ultimi decenni, la struttura produttiva, quantomeno quella statunitense, si è sviluppata nella direzione di un diffuso aumento del grado di concentrazione. Ad esempio, tra il 1982 e il 2012, l’aumento sarebbe del 4-5% nei settori dei servizi e in quelli industriali, dell’8% in quello delle utilities, dell’11% nel settore finanziario e del 12% in quello della distribuzione commerciale (Autor, D. et al., Concentrating on the Fall of the Labour Share, 2017). Nonostante il livello medio di concentrazione sia relativamente contenuto, circa il 10% dell’economia americana sarebbe costituita da settori economici in cui le principali 4 imprese controllano più dei 2/3 del mercato. Gli studi disponibili, invece, non riscontrano un analogo aumento della concentrazione nelle 5 principali economie europee, almeno nell’ultimo quinquennio. Le analisi della struttura di interi settori economici, i cui confini sono definiti dalle classificazioni adottate dalle statistiche nazionali, sono normalmente guardate con sospetto dagli economisti industriali, posto che tali settori economici sono generalmente molto più ampi dei “mercati rilevanti” nei quali è ragionevole attendersi che si esplichi il vero confronto competitivo tra le imprese. E ciò può comportare una sovrastima della reale concentrazione del mercati: ad esempio, gli indici di concentrazione potrebbero cogliere fenomeni di diversificazione delle imprese in mercati del prodotto o geografici distinti che rientrano all’interno di uno stesso settore economico. Il rischio, dunque, è di confondere potere economico e dimensioni con il potere di mercato. I limiti metodologici di tali analisi impongono una notevole cautela nell’interpretarne i risultati. Tuttavia, in una prospettiva che procede per indizi, si può pure concedere che vi siano alcuni segnali coerenti con una concentrazione dei mercati (in particolare, negli Stati Uniti), che può raggiungere valori elevati in specifici settori. Non sarebbe però un peccato meramente veniale cedere alla tentazione “istintiva” di ritenere che un mercato più concentrato sia necessariamente un mercato meno efficiente. La concentrazione può aumentare per diverse ragioni: ad esempio, oltre allo sfruttamento delle economie di scala, rileva il processo della concorrenza dinamica fondata su investimenti in R&S e, anche senza scomodare la teoria degli “oligopoli naturali”, si può osservare che un aumento del grado di concentrazione è coerente con una dinamica competitiva che vede le imprese più efficienti conquistare posizioni a danno di quelle meno efficienti. Pur procedendo in via indiziaria, se si vuole misurare lo stato di salute della concorrenza, è dunque necessario considerare indicatori più direttamente connessi con la performance dei mercati. I markup aumentano. Una misura del grado di potere di mercato “statico” comunemente utilizzata risiede nel livello di markup (l’indice di Lerner), ossia la quota percentuale del prezzo in eccesso rispetto ai costi marginali/variabili. Le evidenze disponibili suggeriscono un netto aumento dei markup nel corso degli ultimi 30 anni, che in media sarebbe passato dal 18% del 1980 al 67% del 2014 (De Loecker, J. e J. Eeckhout, The Rise of Market Power and the Macroecomic Implications, 2017). Il fenomeno, trasversale ai diversi settori economici, sarebbe dovuto a un aumento del markup delle imprese con markup elevati piuttosto che a un aumento generalizzato per tutte le imprese. Anche gli studi disponibili per l’Europa mostrano un livello di markup elevato e in tendenziale aumento, sebbene con dinamiche diverse a livello nazionale. In ogni caso, pure tali evidenze possono essere coerenti non solo con aumento del potere di mercato che danneggia i consumatori, ma anche con un sano processo competitivo che si sviluppa in un contesto tecnologico in cui aumentano i costi fissi (anche endogeni) o con mercati con beni e servizi sempre più differenziati. I profitti aumentano. All’aumento della concentrazione e dei markup si affianca anche un aumento dei profitti, che oggi costituiscono una percentuale ben più elevata del PIL di 30 anni fa. Anche il rendimento medio del capitale avrebbe raggiunto valori particolarmente elevati, con un cambiamento della distribuzione dei profitti, dovuto a una crescita maggiore proprio dei profitti delle imprese con un elevato rendimento sul capitale. Negli Stati Uniti, l’aumento dei profitti più elevato si sarebbe registrato nel settore finanziario/assicurativo e in quello della sanità, mentre in Europa in settori tradizionali. Il dinamismo dei mercati si riduce. Ma le evidenze probabilmente più preoccupanti riguardano la perdita di dinamismo dei mercati, che gettano delle ombre sul funzionamento della concorrenza (anche) in una prospettiva dinamica. Infatti, i tassi di profitto più elevati sarebbero anche persistenti: più di 4/5 delle imprese che nel 2003 avevano un tasso di rendimento sul capitale superiore al 25% avrebbero mantenuto tale livello a distanza di dieci anni (The Economist, 2016). Inoltre, a fronte di un tasso di uscita delle imprese pressoché costante nel tempo, il tasso di ingresso di nuove imprese si è ridotto sin dagli anni ’70 (almeno negli Stati Uniti). Nel complesso, dunque, le evidenze descritte possono prestarsi a letture diverse. Da un lato, l’aumento della concentrazione e le variazioni nella distribuzione di markup e profitti potrebbero essere coerenti con un “sano” processo competitivo dinamico che vede le imprese migliori – vere e proprie “superstar” – crescere sul mercato attraverso l’innovazione e i miglioramenti di efficienza, aumentando la propria capacità di generare profitti rispetto alle imprese concorrenti meno efficienti (Autor et al., The Fall of the Labor Share and the Rise of Superstar Firms, 2017). Dall’altro lato, le evidenze potrebbero anche supportare il j’accuse dell’Economist, secondo cui il capitalismo soffre a causa di una ridotta concorrenza nei mercati, con gravi conseguenze economiche e sociali. Vi è probabilmente del vero in entrambe le ipotesi, e molto dipende dalle peculiarità dei singoli mercati. In ogni caso, anche in presenza di una diagnosi non del tutto certa, la cura suggerita dall’Economist – una politica pubblica pro-concorrenziale rigorosa e ben calibrata – ha grandi benefici potenziali e poche controindicazioni. Tali considerazioni chiamano in causa in primo luogo l’antitrust, e, in particolare, l’importanza di un incisivo controllo delle concentrazioni. La crescita dimensionale delle imprese non è un problema di per sé: ad esempio, con una struttura produttiva alquanto frammentata, in Italia vi è ancora molto spazio per una crescita delle imprese idonea a sostenerne la competitività e l’efficienza. Peraltro, il dibattito dell’Economist si deve trasporre con attenzione alla situazione italiana, dove un deficit di concorrenza nasce spesso anche da un eccesso di frammentazione e di “nanismo”, piuttosto che da un eccesso di concentrazione. Tuttavia, fusioni e acquisizioni possono sollevare dei rischi, quando hanno luogo in mercati molto concentrati, con margini elevati e alte barriere all’entrata; ed è ormai evidente la necessità di guardare con estrema attenzione alle acquisizioni da parte di operatori dominanti di piccole startup potenzialmente disruptive, soprattutto nei settori digitali. Tale obiettivo richiede probabilmente interventi a vari livelli: (nuove) norme che consentano alle autorità antitrust di scrutinare un insieme ampio di operazioni di concentrazione; una ferma consapevolezza del rischi dell’under-enforcement; una definizione ariosa della nozione di benessere dei consumatori; un’analisi tecnica adeguata ai nuovi mercati digitali. Anche gli interventi di repressione degli abusi di posizione dominante che ostacolano l’entrata e la crescita di imprese concorrenti possono assumere un’importanza decisiva in particolari settori e fasi storiche. Questa tipologia di intervento, almeno in Europa, è stata storicamente connessa alle fasi di liberalizzazione di taluni mercati, affiancando efficacemente la regolamentazione: le telecomunicazioni, l’energia, le poste. Oggi le tematiche più dibattute sono nuove e legate principalmente al settore digitale e alle grandi piattaforme online. E’ giusto che questi settori siano ai primi posti delle classifiche delle priorità di intervento antitrust, ma occorre anche essere consapevoli che non tutti i problemi della nuova economia digitale nascono da una carenza di concorrenza e tanto più da condotte anticompetitive. Un enforcement efficace richiede, dunque, un’analisi economica particolarmente attenta e approfondita delle “teorie del danno”. Ma se serve più concorrenza, e non solo nei settori digitali, per salvare il capitalismo da se stesso, non bastano le autorità antitrust: occorre una politica pubblica volenterosa di riconoscersi in una visione del mercato meritocratica e aperta, consapevole che la concorrenza può avere costi per taluni, che possono essere tutelati, ma genera benefici per tutti. Se devono preoccupare quei casi in cui una concorrenza efficace non emerge come “ordine naturale” del capitalismo, ancora di più devono farlo quei casi in cui l’assenza di concorrenza è un “ordine artificiale” imposto al mercato. Non è un caso che l’Economist punti il dito verso i mercati non esposti al commercio internazionale, quelli con un’elevata interazione con lo Stato, e quelli regolati male. Queste considerazioni toccano da vicino anche il nostro Paese. Come ricorda spesso l’Autorità antitrust italiana nelle sue segnalazioni, infatti, sono numerose le barriere che limitano e ostacolano l’entrata di nuove imprese nel mercato, frutto di regolamentazioni che disegnano e proteggono un’economia fallimentare fondata sulla ricerca e la protezione di rendite inefficienti. La concorrenza è come la materia oscura dell’universo: è difficile da definire e misurare, ma è il collante necessario del capitalismo. Tutelare la concorrenza significa, dunque, garantire opportunità, promuovere innovazione, crescita e benessere, ma anche sostenere la coesione sociale. Ciò soprattutto se l’attenzione è volta a salvaguardare il processo dinamico con cui la concorrenza si sviluppa e di cui si nutre: è quando tale processo smette di funzionare – e alcune evidenze non sono confortanti – che i problemi diventano seri.