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Non sarà solo un appuntamento tradizionale, l’annunciato sabato 9 febbraio a Roma, con la manifestazione indetta dalle tre confederazioni. Sarà un specie di “prova del fuoco”.  Una vera e propria cartina di tornasole.  Sarà, forse, come il lancio di un “tweet” enorme, potente, capace di imprimere una svolta.  Ciascuno di noi capirà se hanno ragione o no quelli che dicono che i sindacati non  esistono più,  non hanno alcun valore attrattivo, sono fantasmi gonfi solo di ricordi del passato.  Sono pensieri, riflessioni che abbiamo spesso letto in questi tempi confusi.

Espressi non solo da gruppi di lavoratori che hanno perso fiducia e speranza non solo nelle forze politiche, ma anche nelle forze sociali. Sono diagnosi elaborate anche da tanti commentatori, studiosi, ricercatori, tutti affannati nel descrivere sindacati che non hanno capito la nuova realtà del lavoro.  Come in un bel dibattito  (“Dove abbiamo sbagliato”) svoltosi via email dopo un’iniziatva di  Mario Sai, già prezioso dirigente della Cgil. Con l’indicazione dei vuoti nella capacità di organizzare nuove figure, nuovi soggetti, il mondo degli atipici, dei precari. C’è così anche chi ha descritto il post fordismo come una presenza che ha cancellato tutto il resto. Magari  senza accorgersi della catena mostruosa dei morti sul lavoro che giorno dopo giorno ci descrive un lavoro manuale antico che vive e muore accanto a noi, accanto all’avanzare di industria 4.0. Magari,  certo, con contratti ballerini se non con contratti pirata.  Vedremo come sarà quella piazza San Giovanni. Vedremo se il sindacato esiste ancora. Certo hanno fatto di tutto per negarlo, per annullare il suo ruolo, la sua necessaria presenza nella società. Non solo distribuendo forme contrattuali destabilizzanti, che instillano nel lavoratore la paura dall’organizzazione, la preferenza dello star da soli di fronte al padrone che ha in mano il gioco delle carte. É stata predicata, organizzata la morte del sindacato. Ricordate le battute, le ironie su una certa  Cgil che usava ancora il telefono a gettone e la necessità di “disintermediare”, ovverosia di fare a meno di soggetti capaci, ad esempio, di “mediare” tra gli interessi degli imprenditori e interessi dei lavoratori? C’è un nesso comune tra il Jobs Act e Reddito di cittadinanza. Entrambe le misure sono state studiate, annunciate, senza coinvolgere gli interessati, i rappresentanti del mondo del lavoro.  Per non parlare di una vicenda che interessa un bel pezzo del mondo del lavoro contemporaneo, interessa donne e uomini, colpevoli di avere un colore diverso della pelle, di non essere “ariani”.  Anche qui si è operato, si sta operando in  triste solitudine, abbattendo esperienze di integrazione, di nuova umanità. Invece di operare, anche in alleanza col mondo del lavoro. Un mondo dove ormai i colori della pelle –  andate a vedere ad esempio  le assemblee nelle fabbriche dell’industriosa Brescia – si mescolano a dismisura.  Vedremo anche loro in piazza,  come vedremo le ragazze di “Belle ciao” che intendono costruire “un paese a misura di donne”.  Sono le testimonianze di un “mondo parallelo”, per usare un’immagine di Philip Dick, ripresa in una fortunata serie televisiva (“L’uomo nell’alto castello”). La prova che esiste, può esistere, un mondo diverso da quello gialloverde imbevuto di odio, di rivalse, di caccia agli esclusi, di diseguaglianze che gridano vendetta. La prova dell’esistenza di un mondo diverso. Che può vincere. Pur sapendo che in molti, tra la stessa moltitudine di lavoratori,  è prevalsa, nel voto politico, un’opinione favorevole a quelle sirene che ora si stanno avvolgendo in polemiche quotidiane e rischiano di passare dal sogno di un boom a una recessione rovinosa soprattutto per il Paese che produce.  Sarà la prova,  sabato 9 maggio, che forse non c’è stato un 4 marzo per il sindacato, non c’è stato un voltar le spalle dei tanti delusi e depressi. E che ancora si crede nella possibilità di riscossa. E non solo per la Cgil che è riuscita  a costruire un’unità convincente attorno a Maurizio Landini, affermando la forza non di “un uomo solo al comando”, bensì di un’“intelligenza collettiva”. Un movimento comune sta coinvolgendo tutte e tre le confederazioni. Che si presentano in piazza non per esprimere solo ira, rancore, ma soprattutto per sostenere una piattaforma di proposte, di richieste. Una “carta” che, come si faceva un tempo, è stata illustrata è discussa in assemblee di base. Per non imporre dall’alto una direttiva, per coinvolgere e convincere gli interessati.  Con lo scopo di rompere definitivamente i muri della “disintermediazione”, di ottenere una trattativa, di aprire una vertenza, di portare a casa risultati. Si può? Si dovrebbe potere. Dovrebbe essere possibile ottenere risposte su investimenti pubblici, ammortizzatori sociali, stabilizzazione dei precari, fisco, Mezzogiorno, previdenza e welfare, povertà, sanità, istruzione, pubblica amministrazione. Certo, un vasto programma, ma si può cominciare. O si vuole coltivare la disgregazione, il rancore sordo, magari, alla fine, una qualche esplosione alla maniera dei francesi “gilet gialli”?