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Non è vero che l'Italia con l'euro ha perso 4.300 miliardi. Una ricerca del centro tedesco Cep che considera il nostro Paese tra i penalizzati e la Germania tra i beneficiari della moneta unica spopola tra i sovranisti. Ma andrebbe preso con le pinze: ecco perché.  Se si desidera non visualizzare gli annunci basati sui dati comportamentali anonimi, come da regolamento OBA è possibile fare opt-out. Per quanto riguarda le campagne di questo annuncio (leggi da sinistra a destra e dall'alto verso il basso). Sta circolando molto sui social network - ed è stata ripresa anche da alcuni importanti siti di notizie e giornali - una ricerca economica che dimostrerebbe come a causa dell'introduzione dell'euro l'Italia avrebbe perso dal 1999 al 2017 oltre 4.300 miliardi di Pil, mentre la Germania ne avrebbe guadagnati 1.893. L'Olanda avrebbe aumentato il suo Pil, sempre grazie all'euro, di 346 miliardi e anche la Grecia può sorridere: più 2 miliardi.

Tra gli Stati più penalizzati, oltre all'Italia, c'è la Francia con un saldo negativo di 3.591 miliardi. La perdita pro-capite, per gli italiani, sarebbe di 73 mila euro, mentre ogni tedesco si sarebbe messo in tasca oltre 23 mila euro. Lo studio dell'istituto tedesco Cep (Centrum für europäische Politik), consultabile aquesto link, sta diventando estremamente popolare tra i no-euro e tra i sovranisti. Tra chi lo ha ripreso, dedicandogli un articolo sul quotidiano La Verità, anche l'ex radicale Daniele Capezzone. E tuttavia i numeri del centro studi tedesco andrebbero presi con le pinze. Come d'altronde è intuibile dal fatto che la Grecia è ricompresa tra i Paesi beneficiari dell'euro. Come si fa, infatti, a valutare esattamente quanto un governo avrebbe guadagnato o perso da una scelta compiuta nel passato non avendo la possibilità di fare la controprova? La tecnica utilizzata dal Cep per ovviare a questo problema si chiama "synthetic control method" e consiste nel paragonare il Paese sotto esame ad altri che hanno una struttura e dimensione economica simile ma che non hanno adottato la decisione il cui impatto si vuole valutare (in questo caso, l'adozione dell'euro). Nel caso dell'Italia, i Paesi presi a pietra di paragone sono il Regno Unito (nella media ponderata pesa per un 63%), l'Australia (31%), Israele (3,8%) e Giappone (2%). Poiché non è stato preso in considerazione un solo Paese per il confronto ma diversi, sostengono i ricercatori, la stima è attendibile. Ma è veramente così? L'economista Alessandro Martinello, che allo studio e alla sua interpretazione ha dedicato un lungo thread su Twitter, sottolinea che «l'Italia, indipendentemente dal gruppo di controllo, è dal 2000 che non cresce neanche a tirarla per le orecchie. Questo è quanto dice questa analisi. Euro, non euro? Dobbiamo assumere che null'altro tranne € succede in Italia e non nel resto del mondo». Detto in altro modo, la ricerca scopre quello che sapevamo già: ovvero che l'Italia dal 2000 in poi ha fatto poche riforme, è invecchiata, si è impoverita, con performance peggiori di altri Paesi. L'Italia è tra i Paesi che, per struttura produttiva, ha pagato più di altri la concorrenza della Cina dopo l'entrata nel Wto, ha avuto un andamento demografico molto negativo, una spiccata instabilità politica, la crisi delle banche. E altro ancora. Tutti questi fattori non sono considerati nella ricerca, in alcuni casi sono legati alla moneta unica (in positivo e in negativo) in altri no. Quello che è certo, come si vede dalla tabella qui sotto riproposta sempre da Martinello, è che il nostro Paese è tra quelli che negli ultimi vent'anni è cresciuto di meno. E questo ha molte ragioni che non possono essere tutte ricondotte all'introduzione dell'euro. E, d'altra parte, basta leggere attentamente il paper per capire che gli stessi ricercatori non considerano l'introduzione dell'euro tout-court come la causa dei mali italiani. «Nei decenni precedenti l'introduzione dell'euro - scrivono - l'Italia ha regolarmente svalutato la sua valuta per (diventare competitiva, ndr.). Dopo l'introduzione dell'euro questo non è stato più possibile. Mentre erano necessarie riforme strutturali». Il problema quindi sarebbero le riforme non fatte, non la svalutazione, che per altro non rende un Paese più competitivo, ma semplicemente più povero abbassando i prezzi e i salari rispetto a quelli praticati nei Paesi con cui si scambiano le merci.