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Il limite maggiore dell'azione del governo giallo verde è quello di non avere un progetto e di impegnarsi esclusivamente per riscuotere consensi elettorali a breve termine. Non pervenuta alcuna riflessione sul gigantesco problema delle diseguaglianze. Non è un momento felice per descrivere i futuri progetti del governo in materia di politiche fiscali. La campagna elettorale per le elezioni europee torce a sé gran parte delle dichiarazioni programmatiche di tutti gli attori politici. È quindi forse meglio provare a individuare le traiettorie della politica fiscale di un anno di governo gialloverde, provando a immaginare un’evoluzione coerente con le azioni finora messe in campo e con il contratto di governo.

Ipotizzando, soprattutto, che l'esperienza di governo prosegua. Pur limitandosi alle sole politiche tributarie, credo sia utile aver presente un minimo quadro di contesto, in particolare due semplici e conosciutissimi punti fermi. 1) La crescita mondiale ed europea è molto inferiore alle stime. Quella italiana, di suo, è enormemente inferiore alle stime con cui l'anno scorso è stata redatta la legge di bilancio 2019. La variazione del Pil nominale (ovvero l'aumento del Pil “gonfiato” dall'inflazione, l'aumento del Pil in euro, per esser chiari) scende all'1,2% dal +3,1% previsto. Questo significa che il Paese rallenta, che le misure espansive del governo avranno, per ammissione dello stesso governo, un impatto molto scarso (almeno sull'economia, sul consenso lo vedremo il 26 maggio prossimo), e che tutti i conti sull'impatto delle misure del governo sul rapporto deficit/Pil peggiorano. 2) La legge di bilancio 2020 è gravata da un’ipoteca pesantissima, le famose clausole di salvaguardia, che è ormai più corretto chiamare semplicemente “i programmati aumenti dell'Iva”. Si parla di oltre 23 miliardi di euro già impegnati, che vanno trovati attraverso tagli di spesa, risorse non una tantum o, molto più banalmente, aumentando l'Iva. Abbiamo fatto presente questi due soli elementi per un motivo assai semplice. Essi non possono non essere la premessa a ogni dichiarazione, a ogni progetto, a ogni idea di riforma fiscale. Per fare un esempio chiaro, non si può discutere di una flat tax del costo di 15 miliardi senza considerare che oltre a quei 15 miliardi ne andranno trovati altri 23 in un contesto di quasi stagnazione. L'unica “fonte” a cui si potrebbe davvero attingere per recuperare risorse sarebbero gli oltre 100 miliardi di evasione fiscale e contributiva, così conteggiati negli ultimi anni da diverse stime di diversi governi e diversi istituti indipendenti. Il modo migliore per recuperarli per un governo, tuttavia, è esprimere la chiara volontà politica di voler combattere l'evasione. E questo non si fa con i condoni: né con quelli approvati, né con quelli annunciati e poi ritirati. L'effetto annuncio di un condono è la diffusione di un'idea di impunità. Anche se la rottamazione delle cartelle è obiettivamente un condono light, sapere che una parte della maggioranza aveva e ha l'idea di approvare la dichiarazione integrativa (il maxicondono presente nelle prime versioni del decreto fiscale) suggerisce al contribuente infedele che può benissimo non pagare le tasse, tanto prima o poi un condono arriva. Questa promessa di futuri condoni che ogni condono porta con sé ha effetti assai peggiori del condono stesso. Va inoltre sgomberato il campo da un equivoco che fa comodo a molti, anche a sinistra. Di questi oltre 100 miliardi di evasione, quelli imputabili alle grandi corporation e multinazionali che eludono il fisco attraverso triangolazioni e falle del sistema fiscale internazionale sono poco più di 15. Chiaramente, prima iniziamo a far pagare loro il dovuto e meglio è. Ma il grosso dell'evasione fiscale italiana è la piccola evasione diffusa, e bisogna prenderne atto. Per limitare questa evasione la Cgil ha da tempo messo in campo un pacchetto di proposte di sistema, che è diventato parte integrante della piattaforma unitaria messa a punto con Cisl e Uil. La più importante, che davvero – qualora fosse recepita dall’esecutivo – sarebbe un segnale inequivocabile della volontà politica di voler limitare il fenomeno, è quella che obbligherebbe tutti i contribuenti a tracciare ogni transazione, unita all'incrocio automatico di tutti i dati riferibili al singolo contribuente, per definire massivamente profili di rischio. Si pensi solo all’effetto deterrente che avrebbe la consapevolezza che l'Agenzia delle entrate sia a conoscenza dei movimenti di ogni singolo conto corrente (una recentissima nota del Garante della Privacy sembra aprire a questa possibilità). Chi, avendo avuto movimenti in entrata per 100 mila euro, e sapendo che l'Agenzia monitora, denuncerebbe redditi per 50 mila? Il governo, invece, pur facendo meritoriamente partire la fatturazione elettronica e programmando la trasmissione obbligatoria dei corrispettivi (senza tuttavia disincentivare i pagamenti cash), sta rischiando di riempire sterminati database utilizzabili solo nel caso in cui l'evasione venga individuata con gli strumenti tradizionali. Quando parliamo di lotta all'evasione, dobbiamo anche chiarire un altro punto. Le dimensioni del fenomeno indicano che, volenti o nolenti, questa sia una caratteristica di una parte del sistema produttivo italiano. Una seria lotta all'evasione non può non essere accompagnata da un progetto di riorganizzazione delle filiere della distribuzione, dell'artigianato, dei servizi alla persona, oltre che da un sistema che ponga fine a quella che viene chiamata evasione per sopravvivenza (o meglio, da inefficienza), prevedendo sussidi trasparenti alle attività che strutturalmente o per distribuzione territoriale non possono oggi sopravvivere se non attraverso l'evasione. Il governo ha invece scelto, con la cosiddetta flat tax per le partite Iva, di strizzare l'occhio all'evasione diffusa, fornire sconti fiscali generalizzati e in definitiva opacizzare i passaggi della formazione degli imponibili fiscali per tutti gli autonomi con ricavi fino 100 mila euro. Il meccanismo poteva avere un senso per i piccolissimi contribuenti. Estenderlo a quelli più grandi ha ovviamente anch'esso un senso, ma decisamente meno nobile. Ora all'ordine del giorno abbiamo la flat tax per dipendenti e pensionati. Nel dibattito di maggioranza, tuttavia, flat tax è diventato sinonimo di “riforma fiscale”. Si parla di flat tax progressiva, addirittura di flat tax a più aliquote, che è un po' come dire “attico seminterrato”. Ogni progetto di redistribuzione fiscale a dipendenti e pensionati, che la Cgil ritiene necessario, e lo sostiene non a caso anche nella piattaforma unitaria, ormai sembra non poter prescindere dall'esser chiamato “flat tax”, in quanto sembra così sia previsto dal contratto privato fra le forze di maggioranza. Il progetto che sembra raccogliere più consensi consiste in una riforma fiscale basata sulla revisione delle agevolazioni fiscali e sull’introduzione di una nuova aliquota al 15% per i redditi familiari. È davvero incomprensibile che la riforma, necessaria, venga legata a doppio filo a una misura ingiusta e regressiva, tanto più su base familiare. Passare da un sistema multi-aliquota a una o due aliquote, finanziando la modifica con la riduzione delle spese fiscali non può generare vantaggi ai lavoratori e ai pensionati più di quelli che porterà ai redditi più alti. I calcoli, del resto, sono semplici: un’aliquota del 15% uguale per tutti, basata sui redditi dei nuclei familiari e non più personali, da zero a 50 mila euro, comporterebbe effetti irrazionalmente distribuiti e benefici concentrati soprattutto sui redditi più alti della fascia e non su quelli medio-bassi. Tutto ciò comporta uno svantaggio notevole anche per i cosiddetti secondi percettori di reddito, in gran parte donne. Il tutto, come detto in premessa, senza risorse, né affrontando i problemi relativi al finanziamento di una riforma di questo tipo, che – va ricordato – non sostituirebbe il vecchio sistema, andando invece a costituire un secondo binario parallelo. Insomma, sarebbe una flat tax non flat, che non riuscirebbe neanche a semplificare il sistema. Non pervenuta, infine, alcuna riflessione sul gigantesco problema delle diseguaglianze interne al nostro Paese. Reaganiani forse inconsapevoli al governo continuano a perorare l'idea che in fondo rendere i ricchi ancora più ricchi ha l'effetto di veder “sgocciolare” questa maggior ricchezza anche verso le fasce meno abbienti della popolazione. Gli unici feedback ricevuti alla proposta di discutere di imposizione patrimoniale, che da settimane lancia il segretario generale della Cgil, sono un bipartisan “non possumus”. A prescindere dai singoli interventi sui temi fiscali, probabilmente il limite maggiore dell'azione di governo è non avere alcuna visione d'insieme, né progettuale, se non quella di impegnarsi per riscuotere consensi elettorali a breve. Aveva ragione da vendere Winston Churchill: “Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni”.