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Nonostante appelli e mobilitazioni manca un diverso e significativo cambio di rotta a livello globale. Dalla plastica all’inquinamento: i danni generati agli ecosistemi da cui dipendiamo sono talmente profondi da compromettere la salute delle popolazioni. Mentre i ragazzi di tutto il mondo continuano a mobilitarsi preoccupati per il futuro del pianeta e Greta Thunberg gira l’Europa per diffonderne le ragioni, riuscendo ad incontrare addirittura Papa Francesco e tanti leader sensibili, da Corbyn a Landini, la gran parte dei governi continua irresponsabilmente a fare, sull’argomento, orecchie da mercante. Nemmeno l’allarme più recente lanciato dall’assemblea delle Nazioni Unite sull’ambiente svoltasi a Nairobi, in Kenya, poche settimane addietro è riuscita a smuovere le acque.

Eppure i dati emersi in quell’occasione sono stati al tempo stesso molto chiari e assai drammatici: Per il Geo-6, lo studio condotto dal Programma ambientale delle Nazioni unite (Unep) e presentato proprio a Nairobi, i danni generati agli ecosistemi da cui dipendiamo sono talmente profondi da compromettere la salute delle popolazioni. Il rapporto, frutto di un lavoro di un team composto da 250 ricercatori di 70 Paesi, presenta numeri che non possono essere più ignorati dalle classi dirigenti. Un quarto delle morti premature in tutto il mondo è dovuto all'inquinamento. Parliamo di nove milioni di persone che hanno perso la vita nel 2015 per motivi riconducili alle polveri sottili, alle sostanze chimiche presenti nell'acqua che beviamo e, in generale, a tutte le pratiche nocive per l'ecosistema agricolo e forestale. Per quanto riguarda il degrado dei terreni questo si è esteso a tal punto da mettere a rischio il benessere di 3,2 miliardi di persone, in pratica quasi la metà dell'attuale popolazione mondiale. Sempre secondo questo studio per costruire un futuro sostenibile bisognerebbe puntare su un modello economico in grado di garantire l'obiettivo "spreco zero" entro il 2050: il 33% degli alimenti prodotti nel mondo viene attualmente buttato e i Paesi industrializzati sono responsabili per il 56% dello spreco totale. Anche sui cambiamenti climatici e sugli investimenti da dedicare al settore il rapporto è chiaro: se si vuole sperare di centrare gli obiettivi dell'Accordo di Parigi (limitare l'aumento medio della temperatura terrestre al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli del 1880), facendo il possibile per restare nel target di 1,5 gradi centigradi, servirebbero investimenti pari a 22mila miliardi di dollari. Una cifra che, però, sarebbe in grado di portare benefici per la salute collettiva pari a 54mila miliardi di dollari in più. Non è bastato però che i cinque capi di Stato presenti in Kenya, insieme ai 157 ministri (e viceministri) dell'ambiente e ai quasi 5 mila addetti ai lavori di 179 Paesi diversi si siano mostrati in accordo con quanto discusso per rendere possibile un diverso e significativo cambio di rotta a livello globale. Ad esempio, come ha denunciato il Wwf internazionale, ci si è rifiutati di avviare un percorso in grado di portare ad un Trattato globale vincolante per contrastare l’inquinamento marino da plastica. Se non si adottano immediate ed adeguate contromisure, ha valutato infatti il Wwf, si continuerà a immettere negli oceani ben 9 milioni di tonnellate di plastica l’anno. La plastica, che sta letteralmente soffocando il mondo, rappresenta il 70% dei rifiuti marini dei Paesi europei: 21,4 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica vengono generati ogni anno dai 21 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Solo l’Italia produce 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti plastici di cui 497 mila (l’11%) sono dispersi in natura (mentre: 1,4 milioni sono conferiti in discarica, 1,5 milioni inceneriti, 1,2 milioni riciclati). Basti pensare che ammonta a 8 miliardi di dollari il costo annuale degli effetti negativi diretti su pesca, commercio marittimo, turismo e sugli ecosistemi marini. Al mondo sono oltre 270 le specie animali vittime dell’intrappolamento in reti da pesca abbandonate e in altri rifiuti plastici e sono 240 le specie che presentano rifiuti plastici nello stomaco fino ad arrivare ormai anche nel ciclo alimentare del genere umano. Come se non bastasse, se non vengono invertiti i trend attuali su scala globale, al 2030 si rischia che aumentino del 50% le emissioni di CO2 dovute alla plastica e triplichino quelle derivanti dal suo incenerimento. Ecco perché è giusto che i ragazzi di tutto il mondo continuino a mobilitarsi e che insieme a loro lo facciano tutti quelli che ne condividono le preoccupazioni affinché quanti hanno responsabilità decisionali (a cominciare dai leader delle grandi potenze mondiali) si assumano la responsabilità di fare e fare presto. Prima che sia davvero troppo tardi.