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Lenti i processi e lentissime le sentenze. Perché tali mostruosi ritardi? Tra le cause (oltre alla mancanza cronica di magistrati e cancellieri) ce n’è una assolutamente paradossale: la condizione precaria e sempre peggiorata dei mille giudici di pace. Poi uno dice che la macchina della giustizia (civile, commerciale e penale) in Italia non funziona. Ecco i dati freschi freschi: per la definizione in primo grado di una causa civile o commerciale, da noi occorrono mediamente 532 giorni (cinquecentotrentadue, quasi due anni) contro una media europea di meno della metà: 237 giorni.

E per una sentenza di primo grado in una causa penale occorrono mediamente in Italia 386 giorni contro la media europea di 133, cioè un terzo del tempo nostro. Perché questi mostruosi, inconcepibili ritardi? Tra le cause (oltre alla mancanza cronica di magistrati e soprattutto di cancellieri) ce n’è una assolutamente paradossale: la condizione precaria e sempre peggiorata dei mille giudici di pace che - sulla carta, per legge - potrebbero amministrare qualcosa come il 70% del contenzioso con competenza di primo grado concorrente in alcune materie, ed esclusiva in altre. Questo è stato stabilito nell’oramai lontano 1991 con la legge n. 374 che ha istituito l’ufficio del giudice di pace. Ora attenzione: i giudici di pace assegnati agli uffici giudiziari non hanno funzione vicaria e sostitutiva del magistrato ordinario, ma sono titolari di ruolo e funzione sin dal primo articolo dell’ordinamento giudiziario. Ma la loro nomina si basa su rapporti a termine, sistematicamente prorogati nel tempo proprio per sopperire ad esigenze dello Stato e, di fatto, sono oggi permanentemente incardinati nel proprio ufficio. Questo in via di principio e sino al 2010, quando una nuova legge (la n. 57) ha peggiorato sensibilmente la loro condizione: il giudice di pace è stato unificato al magistrato onorario; il limite di età è stato abbassato a 68 anni; il rapporto di lavoro è stato trasformato da full time a part time; sono diminuiti non solo i compensi ma è stato confermato l’assurdo sistema del pagamento a cottimo! Di più: la nuova legge ha eliminato le garanzie del procedimento disciplinare ed ha lasciato i giudici di pace privi di previdenze e assistenza. I sindacati hanno ripetutamente, e sempre invano, suggerito una serie di modifiche normative per ovviare alle principali criticità di questa legge che accentua i caratteri di subordinazione e la disparità di trattamento con i giudici togati: tutti svolgono lo stesso, identico lavoro, i giudici di pace restano vincolati all’osservanza di tutti i doveri propri dei togati eppure sono privi delle più elementari tutele. Ci sono ragioni a josa per giustificare le proteste dei mille giudici di pace che, solo negli ultimi quindici mesi, hanno sciopero undici volte per 115 giorni (l’ultimo dal 6 al 17 maggio scorso) con il conseguente slittamento non di centinaia di migliaia ma di milioni di cause. Ecco allora che i deputati Federico Fornaro e Federico Conte hanno deciso di rivolgere una interrogazione urgente al ministro della Giustizia per sapere per prima cosa quali iniziative intende adottare per porre riparo alle attuali condizioni professionali ed economiche dei giudici di pace “tenendo conto delle richieste sindacali”; e, in parallelo, se intende “anche tramite la revisione della legge n. 57 del 2010”, riconoscere ad essi “dignità e valore della funzione in considerazione del ruolo fondamentale che svolgono nel sistema giudiziario italiano”. Come dire: ci vorrebbe poco per rimettere davvero in moto uno strumento-cardine dell’ordinamento della giustizia del nostro paese, e per snellire e accelerare i procedimenti civili, commerciali e penali pendenti che fanno dell’Italia, anche in questo settore, il fanalino di coda dell’Europa…