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Di chi è stata la “manina” che al ministero dell’Interno ha fatto ricomparire per le donne coniugate il nome del marito sulle nuove tessere elettorali, in virtù di una legge del 1942 che il nuovo diritto di famiglia del 1975 non ha, di fatto, mutato?. Le donne a questo governo stanno proprio antipatiche, troppi grilli per la testa. E fa di tutto per rimetterle “a posto”. Così adesso sono spuntate anche le “donne in”: un tuffo carpiato indietro nel tempo, quando le donne per presentarsi - in virtù di una legge dell’era fascista - dovevano indicare il nome del marito: “Maria Bianchi in Rossi”. Era scritto così sui documenti delle donne sposate.

“In”. E adesso, incredibilmente, di nuovo. Di chi è stata stavolta la “manina” al ministero dell’Interno che sulle nuove tessere elettorali ha fatto comparire il nome del marito, in virtù di una legge del 1942 che il nuovo diritto di famiglia del 1975 non ha, di fatto, mutato: “la moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito”? Norma mai abrogata nonostante i tanti disegni di legge, ma alla quale hanno fatto seguito sentenze di Cassazione, pareri del Consiglio di Stato, che hanno chiarito che per l’identificazione della persona vale esclusivamente il cognome da nubile. Da single… C’è anche di più. Il Presidente della Repubblica Ciampi quando nel 2000 ha decretato come dovevano essere le tessere elettorali, ha scritto “per le donne coniugate il cognome può essere seguito da quello del marito”. Può, non deve. Invece, mentre ci recavamo alle urne per il voto alle Europee, dalla Liguria alla Puglia, ma anche dall’estero, sono cominciate a piovere proteste quando molte, moltissime donne, si sono ritrovate tra le mani il documento appena rilasciato - di solito per rinnovo - con la “correzione”. C’è chi è andata all’Ambasciata a protestare, chi al proprio Comune a farsi sbianchettare il cognome del coniuge (“Saranno piccole cose - si legge in un tweet - ma fanno capire che stiamo tornando indietro”). E alla fine l’intera questione è diventata un appello lanciato su change.org per l’abrogazione dell’art 143 bis del Codice Civile, che ha già raggiunto quasi 13mila firme (“Quell’aggiunta e quel nome non hanno alcun valore giuridico - è scritto nell’appello - A che cosa serve dunque? A segnare la proprietà”). Morale. Mentre le donne non sono mai riuscite ad avere una legge sul cognome dei figli, e si resta ancora appesi a una sentenza della Corte Costituzionale del 2016 che ritiene illegittimo non prevedere anche il cognome materno, il doppio cognome è rispuntato invece per le donne. Sono diritti di identità, non è questione di così poco conto.