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Le dimensioni dell'evasione fiscale si configurano come un vero e proprio furto continuato ai danni di dipendenti e pensionati. Finché non verrà risolto questo problema – eppure gli strumenti ci sarebbero – ogni dibattito sulla riforma sarà inquinato. L'evasione nel nostro Paese è ormai talmente endemica e sedimentata negli anni da essere troppo spesso considerata quasi una caratteristica, una peculiarità, più che un problema (non è difetto, è carattere). O almeno così sembra considerarla la politica da anni. Abbiamo detto più volte che per portare il tax gap italiano a un livello accettabile in linea con la media Ocse, cioè dal 25-26% a circa il 12-13%, non è la tecnica che manca

. Ci sono anzi varie possibilità: uso delle tecnologie per monitorare la catena del valore; incrocio dei dati; analisi preventiva del rischio; indicatori sintetici di affidabilità; analisi predittiva dei big data e il machine learning, senza dimenticare gli strumenti tradizionali come le lettere per la compliance, i cambiaverso, le indagini e il controllo del territorio della guardia di finanza, il presidio degli sportelli bancari, i patti territoriali anti-evasione. Insomma, gli strumenti esistono. Quello che manca è invece la volontà politica, al punto che gli evasori fiscali sono di fatto trattati come un qualunque gruppo di pressione o come una parte dell'elettorato che è possibile carezzare per poi richiederne il voto. Il tutto favorito dal mancato stigma che nel nostro Paese è riservato a chi, con una immotivata accezione quasi positiva, “fa il furbo”.. Il tax gap (le imposte non riscosse) nel 2016 è stato pari a 107 miliardi, come fu nel 2015, nei quali rientra anche quella che l'Istat considera “evasione di necessità” in senso classico, ovvero il dichiarato e non versato, pari a 13 miliardi. Ovviamente in questa cifra non si esaurisce tutta quella che viene definita (dall'evasore stesso) evasione per necessità, come pure, di contro, non tutto il dichiarato e non pagato definisce l'evasione per necessità, perché a volte è solo volontà di dilazionare il pagamento in attesa magari di un condono. Se analizziamo le propensioni all'evasione sulle diverse imposte troviamo il “consueto” gap per Iva, Irap e Ires tra il 20 e il 25%, ma anche che la propensione all'evasione dei lavoratori dipendenti (attraverso il lavoro irregolare) è appena al 3,6%, mentre per il lavoro autonomo siamo al 66,8%. Un dato molto simile in diversi Paesi. Ciò che tuttavia caratterizza l'Italia è il peso che piccole imprese, microimprese, imprese individuali e professionisti, difficilmente controllabili, hanno sul totale dell'economia. Le quasi 6 milioni di partite Iva italiane disegnano hanno infatti un impatto tale da portare, appunto, il tax gap italiano attorno al 25% contro il 13% medio dei Paesi più sviluppati. A questo proposito la recente introduzione della flat tax che elimina controlli, fatturazione elettronica e trasmissione dei dati, sembra voler assecondare la creazione di una bolla di impunità. Può aver senso l'istituzione di regimi semplificati e con pagamento ridotto per i contribuenti minori, ma deve essere accompagnato da un tutoraggio da parte dell'agenzia, non all'esplicita previsione di rimanere nell'ombra. Altro dato molto interessante è il gap sul canone Rai: è del 10%, dal 36% in cui si trovava prima di spostare il pagamento nella bolletta elettrica: un segnale evidente che il fisco si evade se è possibile farlo, e che in molti ambiti la volontà politica sia più importante della tecnica. Quanto al livello territoriale, in numeri assoluti l'evasione fiscale è di gran lunga maggiore al Nord, ma in termini percentuali è maggiore al Sud.. Dobbiamo ricordare che il carico fiscale Irpef è pagato per l'85% da dipendenti e pensionati, e costituisce la parte maggiore delle entrate. La seconda imposta è l’Iva pagata dai consumatori, non dalle imprese (che si limitano a versarla o a evadere). L'evasione è quindi un problema di efficienza e di giustizia fiscale, ma anche di redistribuzione da attuare a favore dei contribuenti che da sempre pagano le imposte. Un sistema che funziona è quello dei sostituti d'imposta, perché non permette l'evasione. Potrebbe essere utile estendere qualcosa di simile anche alla filiera dell’Iva? Non è un caso che tra le proposte anti-evasione della piattaforma unitaria dei sindacati troviamo la richiesta di estensione del meccanismo del sostituto di imposta anche ai redditi da lavoro autonomo e alla catena dell'Iva, implementando meccanismi già sperimentati come il reverse charghe e lo split payment. La piattaforma di Cgil, Cisl e Uil prevede inoltre di incrementare la tracciabilità dei pagamenti e l'incrocio della banche dati, ma su questo è bene tenere presente che per motivi di privacy non è così automatico che le agenzie fiscali possano accedere a informazioni del genere. Per fare un esempio, esiste l'anagrafe conti correnti, però si può utilizzare solo in caso di accertamento. Quindi è possibile che l'agenzia stessa non si accorga che un contribuente abbia denunciato 20.000 euro di reddito e nel frattempo abbia movimenti in entrata per 1 milione di euro, in mancanza di elementi che facciano scattare una indagine finanziaria. È abbastanza curioso, poi, il fatto che nel momento in cui ci iscriviamo a Facebook o utilizziamo l'app di Google concediamo ogni autorizzazione a trattare i nostri dati e, viceversa, il fisco non abbia la medesima possibilità (salvo sperimentazioni autorizzate dal garante per la privacy). Altra questione da sottolineare: spesso si racconta che il vero problema è la “grande evasione”, l'elusione fiscale. Certamente è bene recuperarla il prima possibile, ma non può essere una scusa per non combattere quella “piccola”. Diversi studi segnalano infatti che l'elusione, in Italia, è responsabile da sola di circa 15 miliardi su 107. Se quindi può essere corretto lanciare anatemi sui “grandi evasori”, non può tuttavia diventare uno slogan populista dimenticandosi il grande peso dell’evasione diffusa. Visto il contesto, la lotta all'evasione fiscale deve essere quindi una battaglia di tutto il mondo del lavoro, perché le sue dimensioni e la sua reiterazione annuale si configurano come un vero e proprio furto continuato ai danni di dipendenti e pensionati. Furto di risorse, la cui mancanza è una delle principali cause dell'elevato debito pubblico; denari occultati che diventano mancati investimenti, i quali non si fanno di certo coi fondi neri; mancata redistribuzione, mancata competizione sulla qualità e aumento di quel patrimonio improduttivo e disegualmente distribuito che è l'unica destinazione che davvero possono avere le risorse accumulate con l'evasione fiscale (salvo utilizzi peggiori e illegali). Le imposte, ricordiamolo, sono le risorse con cui si paga il welfare e l'intervento pubblico in economia che auspichiamo cresca nel tempo. E così, da anni i lavoratori e pensionati si occupano, di fatto, di pagare un welfare che troppo spesso finiscono anche per non utilizzare o dover pagare per utilizzare (esempio tipico: i contribuenti tra i 28.000 e i 55.000 euro, il 15% del totale, versano il 30% dell'Irpef e sono esclusi dalla gran parte dei benefici del welfare perché finiscono per avere anche indicatori Isee elevati). Finché non verrà risolto questo problema, purtroppo, ogni dibattito in merito alla (necessaria anzi impellente) riforma del sistema fiscale italiano ed europeo sarà inquinato. È chiaro che per farlo serve il coraggio di scontrarsi con chi ne sarebbe penalizzato, l'impegno a ricostruire un sistema produttivo che dovrebbe riassestarsi e passare dal "sopravvivere grazie all'evasione" al "vivere grazie all'innovazione" in una visione stabile e di lungo periodo. Ed è questo che dovremmo chiedere alla politica con una vertenza unitaria sul fisco. Coraggio, impegno a ricostruire e visione di lungo periodo. Non sembrano queste le prospettive a breve che parlano invece di flat tax e di una nuova pace fiscale. Ma il sindacato esiste da oltre 110 anni, ha tempo, e certamente il tempo ci darà ragione.