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Una legge per le donne che le donne non vogliono. Una legge contro la violenza che secondo i centri antiviolenza mette a rischio le donne. Tombola. La politica degli annunci e della propaganda di questo governo torna a trasformarsi in leggi che sconquassano quel poco che si è riusciti a costruire con quel che c’è, di leggi, di rapporti intessuti faticosamente (le forze dell’ordine, i magistrati, i centri antiviolenza, gli psicologi…), di volontariato. Prima Panchina rossa nel convento delle Suore Povere Bonaerensi di San Giuseppe. Si chiama Codice Rosso (nome scelto da qualche guru della comunicazione oppure un fai-da-te di qualche politico scaltro?), perché nelle intenzioni annunciate è come il codice del Pronto soccorso che scatta subito: una donna subisce violenza?, ecco che si mette in moto la macchina. In tre giorni un Pm raccoglierà la sua deposizione… Peccato che i parlamentari abbiano fatto carta straccia, o orecchie da mercante (oppure se ne stavano seduti in Commissione in altre faccende affaccendati), mentre dai centri antiviolenza – e da chi di queste cose si occupa da tempo – nelle audizioni parlamentari spiegavano che no, che quei tre giorni erano una condanna non un aiuto, un tempo infinito non un intervento d’urgenza. Lo sappiamo noi, che facciamo i giornalisti e non dobbiamo scrivere leggi: basta seguire i convegni, sentire gli avvocati, i magistrati, lo dicono in tutte le sedi dove qualcuno ha voglia di starli a sentire.

Ora le donne vittime di violenza, bene che a loro vada, dovranno raccontare e ripetere la loro storia – si chiama “vittimizzazione secondaria”, rivivere in continuazione il momento del dolore – da un giudice all’altro. La legge è passata con numeri da record: 197 sì e nessun no. Maggioranza compatta. Gli astenuti sono stati 47: Pd e Leu. Perché “solo” astenuti? In effetti con enorme fatica alla Camera (il Senato ha solo dato l’ok ad un provvedimento blindato) erano riusciti a far passare un emendamento serio, indispensabile, assente dalla nostra legislazione: il “revenge porn” (le “porno-vendette”). Nome impronunciabile, fatti gravissimi: quando una donna contro la sua volontà diventa oggetto di video e immagini virali, realizzati magari in maniera privatissima, che le sconvolgono la vita, che hanno portato in più di un caso al suicidio. Per ottenerlo alla Camera la scorsa primavera è successo di tutto: bocciato l’emendamento Boldrini, bocciato l’emendamento di Forza Italia, occupati i tavoli del governo, sedute sospese, deciso infine (dopo che si erano mossi i leader di governo) un testo votato da tutti. Non è il massimo, ma è qualcosa. A spulciare il testo di buono c’è anche la violazione degli ordini di protezione, che diventa reato perseguibile d’ufficio, ed era ora.Ma è l’impianto della legge che non piace e non funziona. Una legge, una volta ancora, “vendicativa”, ad effetto, piena di galera ma senza formazione per tutti quelli che devono avere a che fare con la violenza contro le donne: che non è il ghiaccio su un occhio nero, ma la capacità di aiutare una donna ad uscire dall’incubo, a non tornarci, e aiutare gli uomini a fare i conti con la loro violenza. Perché la violenza contro le donne è e resta pur sempre un problema degli uomini. Caterina Flick, che è presidente della Sezione di Roma di Adgi (Associzione Donne Giuriste Italia), in una nota parla di “iniziative che rischiano di restare solo buone intenzioni”, a causa ad esempio “della mancanza di risorse destinate alla formazione degli operatori o al recupero dei condannati”, senza dimenticare il fatto che in mancanza di fondi e di “concrete possibilità di incidente sui tempi di trattazione dei processi, l’inasprimento delle pene è aria fritta”. Secondo Di.Re. – che raccoglie un grande numero di centri antiviolenza – “per le donne ora denunciare diventa più rischioso”. Che non è accusa da poco. “La denuncia – dice la presidente di Di.Re., Lella Palladino – è solo il primo passo di un percorso che per le donne spesso si trasforma nell’ennesimo calvario. Nelle aule dei Tribunali la loro parola non è creduta, la loro vita privata giudicata, la violenza subita non viene presa in considerazione quando si tratta dell’affido dei figli”. Anche i sindacati, con un’unica voce (una nota Cgil-Cisl-Uil firmata da Giorgia Fattinnanzi, Liliana Ocmin e Alessandra Menelao) temono i rischi: “Il momento successivo alla denuncia è quello a più alto rischio per la vittima poiché essa è lasciata sola. Riteniamo che la donna debba sentirsi protetta e sostenuta. Talvolta la donna non sentendosi adeguatamente salvaguardata ritratta la denuncia. Inoltre, si rifà strada l’idea che la vittima menta, che usi la denuncia per violenza come vendetta nei confronti dell’ex compagno”. Anche l’Osservatorio presso il Ministero di Grazia e Giustizia, secondo i sindacati, è un errore: “Riconduce questo tema a fatto da risolvere solo sul piano repressivo, mentre la battaglia che stiamo portando avanti è culturale e riguarda i temi della Prevenzione, della Protezione, della Punizione e delle Politiche integrate”. E viene da chiedersi che fine hanno fatto i tavoli organizzati dal Dipartimento per le Pari opportunità (ovvero Vincenzo Spadafora), in cui si dovevano discutere le “Linee guida” per la formazione di tutti i soggetti che hanno a che fare con la violenza contro le donne (giornalisti compresi, perché anche scrivere di violenza è un atto non indifferente): rimandati, sospesi, spariti. Valeria Valente, Pd, presidente della Commissione sul femminicidio in Senato – che ha ancora in atto le audizioni – definisce la normativa “zoppa”: “come si può attuare con una spesa invariata? Volevamo inoltre rafforzare le misure di tutela e protezione e quelle di contrasto al revenge porn, alla lesione del viso, ai matrimoni forzati, la maggioranza non ce l’ha permesso”. Il testo che doveva passare era quello, blindato, negati tutti gli emendamenti dell’opposizione, negata persino ogni possibilità di valorizzare il lavoro che da mesi viene fatto alla Commissione di Palazzo Madama.