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Si torna a parlare di diversificare le retribuzioni come ai tempi delle “gabbie salariali”, sostenendo che al Sud la produttività è minore e il costo della vita più basso. Ma i dati ufficiali mostrano che nel Mezzogiorno le remunerazioni sono già più basse e il rapporto con la produttività sostanzialmente in linea con il resto del paese.. Così come scriveva Stig Dagerman - nel guardare ai provvedimenti legislativi fino ad oggi prodotti e a ciò che ancora si appresta a fare il governo fascio/pentastellato - dovremmo abbandonarci allo sconforto

“Perché il giorno è racchiuso tra due notti” e, contemporaneamente, alla falsa consolazione, perché “la notte è racchiusa tra due giorni”! Quando, poi, si è costretti ad assistere a veri e propri “teatrini”, non resta che abbozzare un compassionevole sorriso. In questo senso, l’ultima “chicca” è rappresentata dalle divergenze sorte nel corso del vertice - tra il giovane dilettante e lo zotico titolare degli Interni - con all’Odg il tema delle “Autonomie regionali”. In quella sede, il M5S ha accusato la Lega di voler riproporre salari differenziati su base regionale; cioè, retribuzioni parametrate al costo della vita tra le regioni, se non, addirittura, le province. Le “gabbie salariali” - o, piuttosto, “zone salariali”, come in origine denominate - furono introdotte nel nostro paese (dal 1° gennaio 1946) a seguito di un accordo, del dicembre 1945, tra la Confindustria e la Cgil unitaria (all’epoca, ancora non esistevano né Cisl né Uil). Inizialmente, entrarono in vigore solo al Nord; distinte in quattro zone e con una differenza, tra la prima e la quarta, pari a circa il 14 per cento. Nel 1954 l’accordo fu esteso a tutto il paese e, dalle precedenti quattro zone, si arrivò a stabilirne quattordici; con differenze salariali che sfioravano il 30 per cento. Nel 1961, grazie alle lotte dei lavoratori, il numero delle zone fu dimezzato e, contemporaneamente, ridotto anche il gap salariale tra la prima e l’ultima; con una differenza delle retribuzioni che, al massimo, sfiorava il 20 per cento. Negli anni delle grandi lotte operaie - con la grande crescita economica del paese e il vertiginoso aumento dei profitti padronali - diventò intollerabile la condizione di salari bassi e diversificati sul territorio nazionale. Nel dicembre 1968, quindi, fu l’Intersind (l’Associazione sindacale delle aziende a partecipazione statale) ad accettare - sia pure in modo graduale, entro il 1971 - l’eliminazione delle differenze retributive tra lavoratori di uguale livello, cui si applicavano gli stessi contratti nazionali, ma discriminati economicamente solo perché residenti in una regione (zona) piuttosto che in un’altra. Solo nel marzo del 1969 fu firmato lo storico accordo interconfederale che ratificò la totale abolizione delle gabbie salariali; seppure in un arco di tempo di poco più di tre anni. Fu una delle più grandi conquiste di quegli anni. Un successo che, evidentemente, il padronato e le forze politiche avverse alle conquiste dei lavoratori non hanno mai, completamente digerito. Infatti, già riesumate dal famigerato Libro bianco, le suddette gabbie furono riproposte dall’allora segretario della Lega Nord, nel 2005. Fu, infatti, Umberto Bossi che ne ipotizzò l’applicazione all’atto del rinnovo del contratto di lavoro dei dipendenti pubblici. Successivamente, quasi sempre ad iniziativa della Lega, se ne è episodicamente tornato a parlare. Arrivando a questa torrida estate del 2019: se la proposta della differenziazione territoriale dei salari potesse essere semplicemente considerata l’ultima trovata di un esecutivo che - nel dichiarare l’intenzione di voler procedere anche all’istituzione di un “salario minimo legale” - non si rende conto d’indicare, contemporaneamente, un indirizzo di segno sostanzialmente opposto, potremmo ancora permetterci un commiserevole sorriso e passare oltre. La questione, però, si complica quando, parallelamente - e, di fatto, a sostegno del rozzo segretario della Lega - si schierano personalità del calibro di Tito Boeri e Pietro Ichino.  In effetti, è opportuno rilevare che sia l’ex Presidente Istat, quanto l’ex Senatore Pd, sono sempre stati sostenitori della tesi secondo la quale le retribuzioni dei lavoratori italiani dovessero essere riparametrate - a livello regionale o macro/regionale - in base ai valori del diverso costo della vita tra le regioni. Oggi, quindi, le loro antiche teorizzazioni - supportate politicamente da colui che, privo del senso del ridicolo, si definisce “il padre” di 60 milioni di italiani” - assumono, purtroppo, un peso specifico ben più rilevante. Si rende perciò indispensabile cercare di comprendere bene quali siano gli argomenti che questi autorevoli studiosi richiamano a sostegno di una posizione che si pensava facesse ormai parte della storia, piuttosto che (ancora) della cronaca di questo paese. L’ex Presidente dell’Istituto di previdenza ha più volte affermato: “Il profondo divario tra le regioni italiane ha una semplice spiegazione: i salari sono troppo bassi al Nord e troppo alti al Sud. In media i differenziali di produttività tra un’azienda in Lombardia e una in Sicilia sono intorno al 30 per cento, mentre le differenze nei salari nominali, a parità di qualifica e nello stesso settore, sono nell’ordine del 5 per cento. Di conseguenza, per le aziende meridionali è difficile competere, così si crea disoccupazione al Sud, emigrazione al Nord con prezzi delle case e costo della vita più alti e, dunque, salari reali più bassi al Nord che al Sud”. La soluzione da adottare, secondo Boeri, dovrebbe essere quella di “Abbandonare la contrattazione collettiva centralizzata delle retribuzioni e fissare i salari a livello di singola azienda o, in subordine, sulla base dei livelli territoriali di produttività”. Per Andrea Ichino - docente di Economia all’European University Institute di Firenze - meno noto, ma non per questo meno determinato del fratello Pietro, risulta “Particolarmente ingiusto un sistema che, in nome dell’uguaglianza nominale dei salari, attribuisce a un insegnante o un impiegato un potere d’acquisto e, di conseguenza, un tenore di vita, molto diversi a seconda di dove si vive. Per equità, meglio concedere maggiore libertà di contrattare gli stipendi in base al costo della vita e della produttività locale”. Così facendo, a suo parere, in Italia “Si potrebbe diminuire il divario tra Nord e Sud e, insieme, ottenere investimenti al Sud”. Successivamente, ha sostenuto che un lavoratore del Nord guadagna, in termini reali, addirittura, il 12 per cento in meno di uno del Sud! Questo, a suo parere, avverrebbe perché “Il salario nominale tra le province italiane varia tra 7,5 euro e 9,5 euro l’ora, differenza molto contenuta, mentre il costo della vita, soprattutto se misurato rispetto al prezzo delle case, è più elevato al Nord che al Sud. Infatti, il prezzo degli immobili al Nord è mediamente superiore al 36 per cento rispetto al Sud, mente l’indice generale dei prezzi è più alto del 16 per cento”. La sconfortante conseguenza, dal suo punto di vista, è che “Un bancario con 5 anni di anzianità, se lavora a Milano, percepisce uno stipendio nominale più alto del 7,5 per cento di quello del collega di Ragusa, ma, in termini reali, il milanese è “sotto” del 27,3 per cento rispetto al ragusano”. Anche lui ritiene che una riparametrazione dei salari, su base territoriale, consentirebbe di riequilibrare le attuali diseguaglianze; con l’ulteriore risultato di “aumentare l’occupazione al Sud e ridurre il lavoro nero”. È con altrettanta ed assoluta certezza - a mio parere, meritevole di migliore causa - che Pietro Ichino, alias “Il Licenziatore” (per il determinante ruolo svolto rispetto alla   cancellazione della “giusta causa”, di cui all’art. 18 dello Statuto e all’invenzione del cosiddetto “Contratto a tutele crescenti”), riferendosi a un recente articolo, di Boeri, Ichino junior, Enrico Moretti e Johanna Posch, definisce “Una grande ingiustizia un sistema che prevede di retribuire un professore del Nord con lo stesso stipendio di uno del Sud. Ignorando la notevole differenza del costo della vita tra le regioni, si compie una palese ingiustizia. Questo perché dallo stipendio netto di 1.350 euro, il neo assunto a Milano spende la metà solo per l’affitto di un monolocale in periferia e gli restano 20 euro al giorno per tutto il resto: una miseria; mentre a Ragusa lo stesso salario vale il 34 per cento in più”. Anche per “Il Licenziatore”, dunque: “Il primo, indispensabile rimedio è la correzione delle tabelle stipendiali secondo un indice regionale o provinciale del costo della vita”. In definitiva, così come anche Giuseppe Timpone - un noto articolista economico finanziario - auspica da tempo, la sintesi di queste elaborazioni teoriche dovrebbe, in concreto, portare a determinare: 1) maggiore “peso” della contrattazione territoriale e aziendale; soprattutto in termini di determinazione delle retribuzioni, 2) abbassamento degli stipendi (anche per i servizi pubblici, naturalmente) al Sud e contemporaneo aumento al Nord, 3) realizzazione di salari differenziati; su base regionale o provinciale. Attraverso ciò, si realizzerebbe - possiamo dire, secondo tutti gli esperti fino ad ora citati - la corrispondente equiparazione dei salari ai diversi livelli di produttività tra Nord e Sud e, in virtù della conseguente diminuzione del costo del lavoro (al Sud), un incentivo alle imprese ad assumere nel Mezzogiorno. A questo punto, di fronte a considerazioni di carattere (soprattutto) dottrinale, che richiedono un ben altro livello di confronto che non quello con qualche (improbabile) “teorico” della Lega, è opportuno cominciare a porsi qualche domanda: a) tutto ciò risponde a verità? E, in subordine: b) è, quindi, giusto abbassare le retribuzioni al Sud e innalzarle al Nord? Prima ancora di procedere con qualche risposta di merito, credo opportuno - al fine di produrre un quadro completo della situazione - fornire ulteriori elementi d’informazione. Lo faccio sottoponendo all’attenzione dei lettori alcuni dati relativi all’ultimo “Rapporto dell’Osservatorio di Job Pricing 2019”; un portale che fa riferimento alla Società di consulenza “HR Pros”. Ebbene, secondo il Rapporto: “Gli stipendi, in Italia, sono ancora in calo e il dato più allarmante è che le retribuzioni del 2018 sono addirittura diminuite rispetto al 2017; un decremento dello 0,3 per cento, che non fa ben sperare per il futuro. La crescita dei prezzi è stata superiore a quella della “Retribuzione annua lorda” (RAL) e, nel 2018, il potere di acquisto dei lavoratori italiani è diminuito per tutte le categorie: operai, impiegati, quadri e dirigenti”. I dati, inoltre, confermano una tendenza ormai consolidata: “Gli stipendi dei lavoratori dipendenti sono di gran lunga maggiori al Nord e diminuiscono progressivamente, a parità di qualifica professionale, al Centro, Sud e Isole”. Secondo quanto scrive Anna Maria D’Andrea- ricercatrice, specializzata in fisco, tasse e politiche del lavoro - “Le differenze retributive non emergono solo in base alla qualifica professionale, ma anche in base alle zone geografiche. Un lavoratore italiano guadagna, in media, 10.200 euro in meno di un tedesco e 8.400 euro in meno di un francese. Ancora più impressionante è la differenza di stipendio tra un lavoratore del Nord e uno del Sud”. Come si evince dalla Figura 1, i dati forniti dall’Osservatorio mostrano già come i lavoratori occupati al Centro guadagnino il 10,6 per cento in più rispetto a quelli del Sud. Una differenza ancora più marcata è quella relativa al Nord verso il Sud e le Isole; pari, addirittura, al 15,1 per cento. Tra i motivi di tale dinamica, ne vengono evidenziati due: il primo è rappresentato dal fatto che “Al Nord c’è una maggiore concentrazione di grandi aziende multinazionali e con una maggiore attrattività per profili con elevate competenze”. Il secondo è che “Il costo della vita decresce scendendo nella penisola e giustifica un differente livello retributivo offerto dalle aziende”. Un’altra diversità di retribuzione esiste, inoltre, tra uomini e donne; i primi guadagnano, in media, 2.750 euro in più. Altre differenze retributive si riscontrano relativamente all’età anagrafica (alla maggiore corrisponde retribuzione superiore) e al grado d’istruzione (RAL media di 39.679 euro annui per i laureati e di 27.723 per i non laureati). Detto questo, si può anche procedere chiedendosi se è realistica la ricorrente affermazione secondo la quale: “Le retribuzioni al Sud sono nominalmente corrispondenti a quelle del Nord, mentre il livello di produttività è (al Sud) di gran lunga inferiore”! La risposta va ricercata, evidentemente, ricorrendo all’ausilio di dati certi, piuttosto che a elucubrazioni teoriche. In questo senso, l’ultima indagine Istat disponibile, sui “Risultati economici delle imprese italiane”, pubblicata nel 2018, sembrerebbe dimostrare l’assoluta inconsistenza della suddetta affermazione. A supporto, riporto alcune considerazioni di Vittorio Daniele - Professore ordinario di Politica economica presso l’Università Magna Grecia di Catanzaro - che ha proceduto a un’approfondita elaborazione dei dati Istat.Fonte: Elaborazioni su dati Istat, Risultati economici delle imprese a livello territoriale: ampliamento del dettaglio analisi, Statistiche report, 13 giugno 2018. Come mostra la figura 2, nel Mezzogiorno la produttività è inferiore di 26 punti percentuali rispetto alla media italiana (74 su 100), mentre la retribuzione per dipendente di 20 punti (20.500 euro circa a fronte dei 25.870 del paese). Nel Nord invece, sia la produttività, sia le retribuzioni, sono più alte della media nazionale. Come si può osservare, però, il rapporto tra salari e valore aggiunto prodotto (una misura del costo del lavoro per unità di prodotto) nel Mezzogiorno è molto simile a quello delle altre ripartizioni territoriali: la differenza è di appena 1,5 punti percentuali. In altre parole, nel Sud l’incidenza del costo del lavoro, a causa delle minori retribuzioni è sostanzialmente in linea con il resto del paese.In sintesi, la rappresentazione dell’autorevole commentatore tende ad affermare - contrariamente a quanto sostenuto da Boeri, Ichino ed altri - che: “La differenza Nord-Sud nella produttività del lavoro è pressoché integralmente compensata da quella nei salari”.Anche quando si passa a considerare, poi, il “costo del lavoro per unità di prodotto” (CLUP), per le regioni, i risultati non mostrano affatto un chiaro divario tra Nord e Sud.La figura 3 consente quindi di evidenziare che, per esempio, in Sicilia, il Clup è inferiore a quello del Piemonte e del Veneto; così come Basilicata e Calabria risulterebbero più competitive dell’Emilia, della Lombardia e della Toscana! Analoghi risultati si ottengono - come puntualmente rilevato da Vittorio Daniele, attraverso il ricorso ai dati reali Istat, - quando “invece delle regioni, si considerano le province o i comuni. Si osserva, ad esempio, come a Bergamo e a Biella il Clup, nei settori estrattivo e manufatturiero, sia considerevolmente più elevato che a Campobasso e Ragusa. Nella città siciliana la retribuzione media, nel 2015, era di 23.600 euro a fronte dei 38.875 di Bergamo (il 39 per cento in meno, mentre la produttività era di appena 11 punti percentuali inferiore)”! Sempre grazie solo all’elaborazione dei dati ufficiali - si rileva che, nel Mezzogiorno, il Clup è solo dell’1,5 per cento maggiore di quello del Nord-est. Si evince, inoltre, come: “La differenza nelle retribuzioni tra Nord e Sud risulti coerente con quella nel livello dei prezzi, stimata nell’ordine del 15 – 20 per cento”. In definitiva, il prof. Daniele ritiene di poter affermare: “Le retribuzioni medie più basse (al Sud) si associano con prezzi più bassi; il che tende a portare a livelli simili il salario reale medio tra le due aree”. Per tali ragioni, sostiene: “Riferirsi, perciò, al divario complessivo di produttività tra le due aree del paese, come frequentemente accade, per sostenere che al Sud il costo del lavoro è “troppo elevato”, non solo ha poco senso ma è anche fuorviante. Soprattutto quando se ne traggono indicazioni di politica economica”. Tra l’altro, ancora rispetto ai (presunti) diversi livelli di produttività, è anche il caso di evidenziare che, oltre a Vittorio Daniele, anche altri studiosi, quali Francesco Aiello e Carmelo Petraglia, sostengono che, in definitiva: “Le differenze territoriali nella produttività e nei salari riflettono quelle nelle strutture produttive. Al sud, infatti, i settori a basso valore aggiunto (come agricoltura e servizi) hanno un peso maggiore. Le comparazioni territoriali nella produttività andrebbero, perciò, sempre fatte tra le stesse industrie; quelle basate su dati aggregati” - ribadiscono i tre studiosi - “hanno, quindi, scarso significato”. Sempre ai fini di una più agevole comprensione e valutazione della realtà, è utile riportare anche quello che, a mio parere, può essere considerato di natura “indipendente”. Si tratta del report “Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane”, realizzato dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro. Lo studio certifica l’esistenza di una forbice tra le regioni. In sintesi, dall’accurato commento di Francesco Tedeschi, si evince che: “La differenza retributiva tra la provincia con la retribuzione media più bassa - Ragusa (1059 euro) - e quella con gli stipendi più alti - Bolzano (1.500 euro) - è molto elevata: la busta paga del lavoratore siciliano è inferiore del 30 per cento (441 euro) rispetto a quella del collega di Bolzano. Dopo Bolzano, le province con gli stipendi mensili più alti sono, nell’ordine: Varese, Bologna, Como, Milano e Lodi. Nel Mezzogiorno la provincia con la retribuzione media più elevata è Benevento, che si colloca, però solo al 56° posto della classifica”. Le differenze, secondo il parere di Tedeschi, “trovano spiegazione in una serie di accordi contrattuali - singoli e collettivi - migliorativi rispetto ai contratti nazionali e sono motivati dalle differenze del costo della vita da regione a regione e da città a città”. Personalmente, trovo non privo di significati il fatto che, nell’analisi dei dati forniti dal Report (aggiornati al 2017), non ci sia nessun riferimento a quello che i “teorici” indicano, invece, quale principale motivo per procedere ad una riparametrazione delle retribuzioni a livello territoriale: i differenziali di produttività tra Nord e Sud. Eppure parliamo del Centro Studi dei Consulenti del Lavoro; non di sprovveduti “meridionalisti”. E non solo questo. Secondo l’autorevole parere di Daniele, Aiello e Petraglia, anche il metodo utilizzato (da Boeri - Ichino junior - Enrico Moretti) per calcolare le differenze regionali nei prezzi: “Non è molto convincente perché, in effetti, i tre studiosi usano un indice in cui le spese per l’abitazione rappresentano ben il 34 per cento della spesa media delle famiglie (circa il triplo di quanto, invece, calcolato dall’Istat). Considerate le differenze regionali nei valori delle case, questo metodo, infatti, spinge verso il basso i prezzi medi al Sud e verso l’alto al Nord. Si arriva così - erroneamente - a concludere, ad esempio, che Caltanissetta e Crotone sarebbero le province con più elevati salari reali d’Italia, mentre Aosta e Milano tra quelle con i salari più bassi. Appare anche “discutibile l’utilizzo dei prezzi delle case per confrontare il costo della vita tra le regioni”. Infatti, secondo le ricerche condotte qualche anno fa dall’Istat e dalla Banca d’Italia: “La differenza nei prezzi tra Nord e Sud è sì significativa (tra il 12 e il 16 per cento), ma assai minore di quella che si ottiene quando si considerano i prezzi delle case”. Perché poi, si chiedono Daniele e gli altri, “l’emigrazione meridionale dovrebbe essere “forzata”, con riduzioni salariali, essendo già in atto?”. Le statistiche, in merito, sono eloquenti: “Tra il 2002 e il 2016, oltre 783 mila meridionali sono emigrati; mezzo milione i giovani e oltre 200 mila i laureati.” Inoltre, è proprio vero che i prezzi delle abitazioni al Nord rappresentino un deterrente? I dati reali sembrerebbero smentire anche questo. I giovani italiani - e non solo i meridionali - oggi emigrano in Inghilterra, Germania, Spagna e altri paesi: è la concreta possibilità di trovare un lavoro adeguato che li attrae.In effetti, però, c’è un altro punto, oltre a quello metodologico, rispetto al quale Vittorio Daniele dissente dalle conclusioni comuni a Boeri ed ai fratelli Ichino. Egli sostiene, infatti, che il presupposto secondo il quale la differenziazione dei salari si tradurrebbe, quasi automaticamente, in un aumento degli investimenti, dell’occupazione e dei salari al Sud, non è affatto dimostrato. A sostegno delle sue affermazioni, cita il lavoro di due noti economisti. Guido de Blasio (economista del Servizio Studi di struttura economica e finanziaria della Banca d’Italia) e Samuele Poy (economista e sociologo), che hanno studiato il sistema di differenziazione territoriale dei salari - che, come noto, entrò in vigore nell’immediato dopoguerra - al fine di verificarne gli effetti concreti sull’occupazione; al Nord, come al Sud. Ebbene, il risultato dei loro studi ha, infine, evidenziato che, in realtà, “Gli effetti delle vecchie gabbie salariali sull’occupazione di quegli anni furono sostanzialmente modesti”.In conclusione, credo siano due gli elementi di maggiore interesse. L’uno rappresentato dal fatto che le rilevazioni Istat certificano che differenze retributive reali, tra Nord e Sud, già esistono; rappresentano una consolidata realtà e sono in linea con i livelli di produttività; se “omogenei” tra loro. L’altro aspetto, a mio avviso, ben più preoccupante, è che, ciò nonostante - contro ogni logica sociale e solo in ossequio a perversi “meccanismi di mercato” - anche rispetto a questa delicata questione, sia già in atto una pesante offensiva; padronale e politica.