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“Le parole sono importanti”, diceva Michele Apicella, alias Nanni Moretti, nella famosa scena a bordo vasca del film Palombella rossa. E ancora: “Chi parla male, pensa male. E vive male”. Ma soprattutto vivono male coloro che nei mesi di governo a trazione leghista si sono visti recapitare, più o meno quotidianamente, ogni tipo di insulto dalla classe politica di governo. Migranti, associazioni, scrittori, sindacalisti, oppositori politici: nessuno escluso.

Chi era fuori dal pensiero dominante è stato, e lo è tuttora, bersaglio di epiteti e minacce. E bene ha fatto in questi giorni l’associazione Carta di Roma (il cui nome fa riferimento al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione) a rivolgersi direttamente al neonato esecutivo giallo-rosso per un impegno concreto verso un nuovo linguaggio istituzionale. Sembra apparentemente marginale, ma il ritorno all’uso corretto della parola, dopo un anno e mezzo di imbarbarimento lessicale, è già un gesto rivoluzionario.L’appello (sottoscrivibile qui) nasce da una base incontrovertibile, ci racconta Sabika Saha Povia di Carta di Roma. “Gli italiani hanno la percezione più distorta d’Europa sulle migrazioni, sovrastimano le presenze come ci dice più di uno studio. Esiste una realtà basata sui fatti ed esiste un’altra realtà basata sulla percezione che abbiamo di quegli stessi fatti. Spesso questi due piani non sono sovrapponibili, non coincidono. Sul tema delle migrazioni non coincidono nella maggioranza dei casi”. La leva dell’intolleranza e dell’ostilità poggia sulle parole che deformano la realtà e costruiscono una realtà distorta dei fatti.Certo, la recente classe politica ha dissacrato d’un colpo il sacro linguaggio istituzionale trasformandolo in chiacchiere da bar. Ma un assist decisivo a questa pericolosa deriva sgrammaticata l’abbiamo dato anche noi, giornalisti, uomini e donne della comunicazione. Ne è convinto anche Roberto Natale, coordinatore Comitato tecnico-scientifico di Articolo 21: “Le responsabilità di una certa politica sono sotto gli occhi di tutti – sottolinea – Ma non avrebbero prodotto conseguenze tanto devastanti se non avessero trovato e trovassero sostegno, alimento e rilancio anche in una parte dell’informazione professionale, che non solo ha fatto e fa volentieri da cassa di risonanza, ma ci mette del suo”. Siamo tutti coinvolti, dunque. E soprattutto siamo ancora in tempo per cambiare l’attuale narrazione. Spesso per guardare al futuro bisogna volgere lo sguardo al passato. Un aiuto in tal senso ce lo offre il più grande linguista italiano, il compianto Tullio De Mauro, in un’intervista di Anna Meli del 2004 sul linguaggio giornalistico. Leggiamo e facciamone tesoro.“Le parole non sono simboli di un’algebra. Non ci servono solo a indicare cose e azioni, ma anche segnalano, magari senza che ce ne rendiamo conto, chi siamo che le adoperiamo e come ci collochiamo verso ciò di cui parliamo. Questo vale sempre, vale tanto più quando la parola, scritta o trasmessa, è destinata a un vasto pubblico. L’attenzione alla chiarezza e precisione astratta – prosegue l’ex ministro dell’Istruzione – dovrebbe combinarsi con altrettanta attenzione a limitare ciò che può ferire e offendere. Quello che trasmettiamo a un vasto pubblico andrebbe sempre letto, mentre scriviamo, con gli occhi dei destinatari, specialmente con gli occhi delle persone di cui parliamo”. La sfida è aperta. Il compito dell’informazione è di tornare alle sue origini, fare il proprio lavoro senza rincorrere le urla della campagna elettorale permanente, ma informare correttamente i cittadini. Meno ideologia e più passione. E da qui che chi si deve ripartire. “Cambiare linguaggio significa chiamare le cose con il proprio nome: chiamare naufraghi i naufraghi, soccorritori i soccorritori, razzisti i razzisti”, è scritto nell’appello di Carta di Roma. Solo così potremmo dire un giorno, rivolgendoci agli istigatori d’odio: la pacchia è finita.