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Una ricerca della Cgil Veneto rivela una differenza del 35 per cento di retribuzione (a parità di mansione), il 23 per cento delle laureate si è adattato a fare la cameriera, la commessa o l'operaia. Camusso: "Il lavoro femminile è visto come residuale". Le donne percepiscono il 35 per cento di salario in meno degli uomini a parità di mansione. E nel 2019 il 23 per cento delle laureate si è dovuto adattare a fare la cameriera, la commessa o l’operaia.

A dirlo è una ricerca della Cgil Veneto sulla discriminazione di genere nel mondo del lavoro. Sotto accusa anche le assunzioni: nel primo semestre di quest’anno quelle a tempo indeterminato maschili sono state oltre 40 mila, quelle femminili appena 22 mila. C’è poi il part time: 51 mila gli uomini entrati al lavoro con questo contratto, mentre 85 mila le donne. “Una questione culturale, ma anche il prodotto di un modello economico fondato su un’idea di lavoro povero”, commenta la responsabile delle Politiche di genere della Cgil nazionale Susanna Camusso: “Il guadagno delle donne è visto come residuale e di supporto a quello del nucleo familiare, non fondamentale per la sua emancipazione, per l’autodeterminazione e la realizzazione personale”. Per l'esponente sindacale “dobbiamo interrogarci sull'opportunità di continuare a utilizzare il modello organizzativo attuale, fondato sulla figura maschile. Se davvero vogliamo affrontare il tema del gender gap su retribuzione, carriera e flessibilità, dobbiamo mettere in discussione l’organizzazione su cui si basa la nostra società”. Nel settore privato solo il 10 per cento delle donne percepisce una retribuzione oltre i 30 mila euro, contro il 30 per cento degli uomini. Inoltre, nel 2017 il reddito medio delle donne ammontava a 1.300 euro, mentre quello degli uomini era di 1.450; un divario che aumenta sensibilmente, ad esempio, negli ultrasessantenni, considerando che le donne over 60 guadagnano 1.250 euro, mentre gli uomini arrivano a 1.750. Gender gap anche nelle opportunità di carriera: le donne laureate, entrate nel mercato del lavoro nel primo semestre, sono 32 mila, mentre i maschi laureati sono soltanto 18 mila, ma il 27,5 per cento dei laureati ottiene un contratto a tempo indeterminato, contro appena il 14,9 per cento delle laureate. “Avere una laurea non comporta per le donne il fatto di trovare un lavoro più sicuro”, aggiunge la Cgil Veneto: “Né laurearsi è per le donne una condizione che consente di vedere premiate le conoscenze raggiunte”. Per la segretaria regionale Cgil Tiziana Basso, in Veneto “manca un sistema di servizi che, partendo dagli asili nido, dagli orari delle città, dall'assistenza agli anziani, consenta una conciliazione tra scelte lavorative e personali. Per questo è necessario un cambiamento culturale profondo e l'assunzione di responsabilità delle istituzioni. Anche le imprese devono assumere la parità di genere come valore per la crescita e lo sviluppo”. L'esponente sindacale evidenzia anche che “le ragazze studiano più dei ragazzi e ottengono risultati migliori, ma faticano a entrare nel mondo del lavoro. C'è disparità salariale, pensionistica e una difficoltà nel conciliare professione, aspettative personali e vita familiare. Chiediamo di pensare a un progetto che parta dal coinvolgimento degli asili nido fino all’assistenza agli anziani”.