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In Italia come in Europa permangono gravi carenze anche normative che ostacolano o addirittura impediscono loro di accedere in condizioni di parità ai servizi (istruzione, trasporti, abitazione, inserimento al lavoro, sanità, protezione dalle violenze). “Gravi carenze” che ostacolano o addirittura impediscono alle donne europee con disabilità di accedere in condizioni di parità ai servizi (istruzione, trasporti, edilizia abitativa, inserimento al lavoro, sanità, protezione dalle violenze) sono state appena denunciate in una risoluzione del Parlamento Ue che fa riferimento alla Convenzione Onu di Istanbul.

Con particolare riferimento all’Italia, il primo rapporto sull’implementazione della stessa Convenzione sottolinea la necessità di emendare la legislazione attuale e di provvedere ad un’adeguata formazione di tutte le autorità pubbliche al fine di assicurare che le persone con disabilità particolarmente a rischio di discriminazione (specie le donne) siano poste nelle condizioni di ricevere ogni informazione per sporgere denuncia o presentare un ricorso. Qual è l’entità del fenomeno della disabilità femminile, quali sono le più gravi carenze segnalate dal Parlamento europeo, e qual è oggi la situazione in Italia?- Le donne e ragazze con disabilità sono circa 46 milioni, pari al 16% della popolazione femminile dei 27 paesi dell’Unione. E sono la maggioranza (60%) delle persone con disabilità; - le donne con disabilità hanno una maggiore probabilità di essere vittime di violenza: da due a cinque volte superiore rispetto alle donne non disabili, e frequentemente nell’ambito delle relazioni domestiche a causa della posizione di maggior fragilità e vulnerabilità; - secondo l’indice di uguaglianza di genere dell’agenzia dell’Ue (Eige), in media il 13% delle donne con disabilità lamentano di non vedere soddisfatti i propri bisogni medici, mentre nel caso delle donne senza disabilità la percentuale scende al 5; - i tassi di tumore al seno per le donne disabili sono molto più elevati di quelli della popolazione femminile in genere a causa della mancanza di strutture e apparecchiature adeguate di screening e diagnosi; - il 45% delle donne con disabilità in età lavorativa è inattivo mentre per gli uomini disabili la percentuale è del 45; - pur essendo i salari con disabilità mediamente inferiori a quelli degli altri lavoratori, persiste una realtà discriminatorio anche tra uomini e donne con disabilità, a svantaggio delle lavoratrici. In considerazione di questi dati, la risoluzione invita la Commissione e gli Stati membri “a integrare una prospettiva relativa alle donne e alle minori con disabilità nei loro programmi, strategie e politiche in materia di parità di genere, una prospettiva di genere nelle strategie in materia di disabilità e una prospettiva sia di genere che di disabilità in tutte le altre politiche”. Purtroppo la situazione in Italia è tra le più allarmanti, come si deduce da varie indagini ufficiali. Intanto, il Rapporto sull’attuazione della Convenzione di Istanbul presentato nel febbraio scorso dalle associazioni di donne denuncia i gravi ritardi e criticità analoghe a quelle segnalate a livello europeo. Di più: da una indagine condotta dall’Istat risulta che abbia subito violenze fisiche o sessuali il 36,6% delle donne con limitazioni gravi, e come per esse il rischio di subire stupri sia doppio: 10% contro il 4,7 delle donne senza problemi fisici o psichici. Ancora, il rapporto dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane segnala che la percentuale di donne con limitazioni funzionali che hanno eseguito più di un pap-test e più di una mammografia nella propria vita è di oltre 15 punti inferiore alle percentuali raggiunte dalla rimanente popolazione femminile. Infine, l’ultima relazione sullo stato di attuazione della legge sul diritto al lavoro dei disabili conferma un significativo differenziale tra uomini e donne con disabilità: il 56,8% contro il 43. Da qui la decisione di un gruppo di deputate e deputati (prima firmataria la disabile Lisa Noja, che si era candidata “non per fare la quota disabili ma per i diritti di tutti”) di presentare una mozione con cui si impegna il governo ad adottare tutti i provvedimenti necessari per superare i ritardi “in ossequio non solo agli obblighi assunti dall’Italia con la ratifica della Convenzione Onu e all’invito rivolto agli Stati membri con la risoluzione Ue, ma anche ai principi costituzionali dell’uguaglianza formale e sostanziale (art.3),della non discriminazione e pari opportunità con riferimento al genere (artt. 31, 37 e 51).