Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti, per il corretto funzionamento delle pagine web e per il miglioramento dei servizi. Per saperne di piu` o negare il consenso clicca su 'Maggiori informazioni'.
Proseguendo la navigazione del sito o cliccando su 'Accetto' acconsenti all`uso dei cookie.
user_mobilelogo

La notizia può essere sfuggita ai più: all’inizio dello scorso maggio la Gran Bretagna ha concluso la prima settimana, dopo quasi 140 anni, senza utilizzare energia prodotta da impianti alimentati a carbone. Era il 1882: sul trono sedeva la regina Vittoria e mentre le sue truppe stavano occupando l’Egitto a salvaguardia della via per l’India attraverso il canale di Suez, nel centro di Londra veniva inaugurato l’impianto di Holborn, la prima centrale a carbone al mondo a produrre energia elettrica. Già protagonista della rivoluzione industriale, il carbone diventava così anche materia prima essenziale per l’èra elettrica.

C’è in fondo qualcosa di simbolico nel fatto che la Gran Bretagna, patria di quella rivoluzione industriale, dopo avere chiuso le miniere, stia ora progressivamente convertendo o chiudendo le sue ultime (cinque) centrali a carbone. E questo passaggio simbolico può offrire qualche spunto per ragionare sulle transizioni energetiche, o meglio sulla grande transizione energetica che, avviatasi appunto con la rivoluzione industriale, si è ulteriormente e drammaticamente accelerata nel secondo dopoguerra e ancora in questi ultimi trent’anni, sia come esito di lungo periodo di quella rivoluzione, sia come conseguenza della nuova rivoluzione industriale che stanno attraversando grandi economie emergenti come la Cina (J.R.McNeill, La grande accelerazione, Einaudi 2018). Al cuore di queste grandi accelerazioni figurano infatti le fonti fossili di energia, carbone e idrocarburi, tra i principali responsabili dell’aumento senza precedenti di reddito, benessere e mobilità di questi ultimi due secoli, così come tra i principali imputati (con la deforestazione) dell’aumento esponenziale delle emissioni di anidride carbonica, dunque del surriscaldamento climatico. L’ormai diffusa consapevolezza degli effetti drammatici che il cambiamento climatico sta provocando sulle strutture economiche e sociali e nelle relazioni internazionali – dalle malattie da inquinamento alle migrazioni ambientali, dalle guerre per le risorse alla giustizia ambientale alla sicurezza alimentare e idrica, dall’estinzione di specie animali e vegetali all’innalzamento degli oceani – ha indirizzato il discorso pubblico, gli investimenti e la riflessione degli studiosi verso il tema di una nuova transizione basata su fonti di energia a minori emissioni di anidride carbonica, che possano “sostituire” gli idrocarburi. Proprio il caso del carbone mostra, tuttavia, che tale transizione è più lenta e complicata di quanto potrebbe essere desiderabile. Il carbone, in effetti, ha avuto un curioso destino. Già indiscusso protagonista della rivoluzione industriale, ha continuato a prosperare quando è cominciata l’èra del petrolio nella seconda metà del 900, nonostante sia stato progressivamente relegato alla produzione di energia elettrica e alla produzioni siderurgiche, che, ridottesi drasticamente a partire dagli anni Sessanta in Europa e negli Stati Uniti, hanno però continuato a crescere in seguito all’emergere prima delle “tigri asiatiche” negli anni Ottanta, poi di Cina e India in questi ultimi trent’anni, portando di conseguenza sul mercato anche nuovi produttori ed esportatori di carbone come l’Australia e il Sud Africa. Inquinante ma socialmente meno controverso del nucleare, il carbone è stato nuovamente valorizzato per la produzione di energia elettrica in seguito alle crisi petrolifere degli anni ‘70 e come conseguenza del rallentamento degli investimenti nel nucleare, e continua a essere al centro della scena energetica mondiale e della sua ridefinizione geopolitica. Nel 2013 si è infatti raggiunto il picco storico dei consumi mondiali di carbone, che oggi rappresenta oltre il 30% dei consumi mondiali di energia e quasi il 40% della produzione di energia elettrica. Nel 2018, i tassi di crescita di produzione e consumo di carbone hanno registrato una nuova accelerazione, che fa prevedere entro due-tre anni un possibile nuovo picco storico (BP Statistical Review of World Energy, 2019, p.6). Se nell’area OCSE la domanda di carbone ha raggiunto nel 2018 il più basso livello dal 1975, ciò è avvenuto soprattutto grazie alla riduzione dei consumi di carbone nell’Unione Europea, che è infatti anche l’area del mondo che in questi ultimi decenni ha ridotto maggiormente le emissioni di anidride carbonica. Il carbone resta tuttavia il suo “scheletro nell’armadio” (A. Tooze, Europe’s coal problem, Social Europe, 10 giugno 2019). Nel 1990 esso rappresentava il 41% dei consumi energetici e il 39% dell’energia elettrica prodotta, oggi copre ancora il 16% dei consumi e il 24 % della produzione di energia elettrica nell’Unione Europea, dove sono attive 207 centrali a carbone (delle quali 53 in Germania e 37 in Polonia) e 128 miniere. In cinque Paesi membri (Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Slovacchia) il carbone copre oltre il 20% della domanda di energia, in Polonia oltre il 50%. Il settore occupa attualmente tra le 250 e le 300 mila persone (European Commission, EU coal regions. Opportunities and challenges ahead, 2018). Il recente documentario canadese Anthropocene. The human epoch (2018) mostra la devastazione fisica e sociale di alcune aree della Germania, paese pur particolarmente sensibile alle questioni ambientali, dove si stanno riaprendo o ampliando miniere di lignite a cielo aperto: una sequenza del film si apre con la scena di un bulldozer che abbatte la chiesa del villaggio per fare posto alle escavatrici. Ma il recente boom, come è noto, è dovuto prevalentemente alla Cina, responsabile di oltre la metà (il 50,4%) dei consumi mondiali di carbone (l’Unione europea il 5,9% e gli Stati Uniti il 9,3%). Il carbone rappresenta oltre il 60% del mix energetico della Cina, e soprattutto ne costituisce la principale fonte di produzione di energia elettrica, ciò che lo rende non sostituibile nel medio periodo, nonostante i massicci investimenti cinesi in energie rinnovabili (che stanno comunque mostrando limiti decisivi dovuti alla ridotta capacità di immissione in rete) e nel nucleare (25 reattori in corso di costruzione). Secondo le previsioni del governo cinese rese note nell’ agosto scorso come lavori preparatori per il XIV piano quinquennale, ancora nel 2050 il carbone costituirà la principale fonte di energia dell’economia cinese. La pur prevista riduzione relativa dei consumi cinesi di carbone sarà comunque più che compensata dall’aumento dei consumi indiani e di altri paesi emergenti, specialmente asiatici. King Coal, come è solitamente definito nella letteratura anglosassone, è ancora dunque saldamente sul trono. E quelle pubblicazioni che negli anni si sono affrettate a salutarlo con un “Farewell King Coal”, parafrasando il celebre passaggio del Riccardo II di Shakespeare sulla sorte dei re, traditi da usurpatori che ne insidiano il primato, devono riconoscere che spodestare il re carbone è più difficile di quanto si possa pensare. Non si tratta, tuttavia, soltanto di capire se le fonti rinnovabili, per quanto stiano rapidamente crescendo in capacità energetica e consenso sociale, riescano a essere nel medio termine almeno altrettanto efficienti di Bolingbroke nel diventare Enrico IV. Più che su una presunta “nuova età del carbone”, come qualcuno l’ha voluta definire, la sorte del re carbone invita a ragionare più in generale sulla natura delle “transizioni energetiche” (R. C. Allen, Backward into the future: The shift to coal and implications for the next energy transition, Energy Policy, 2012). Il tema delle transizioni energetiche è oggi di moda, anzi è diventato ormai quasi una disciplina di studi a sé stante, con proprie riviste specializzate, collane editoriali, blog, e una sterminata bibliografia, dove accanto a titoli di dubbia serietà e utilità compaiono analisi molto sofisticate e intellettualmente stimolanti. In realtà, si tratta di un tema da sempre caro agli storici, che da tempo hanno messo in discussione la nozione stessa di transizione e quell’ “immaginario transizionista” (J.—B. Fressoz, Pour une histoire désorientée de l’énergie, Entropia, 15, 2013), che presuppone un percorso verso fonti che “sostituiscano” quelle esistenti, un immaginario sostanzialmente mutuato dalla storia delle tecniche e da un’idea di modernità che consisterebbe in una tecnologia che si sostituisce a un’altra. Le transizioni energetiche intese in questo senso non sono mai esistite nella storia, come d’altra parte già ci aveva insegnato Fernand Braudel in Civiltà materiale e capitalismo, quando aveva sottolineato come nel passaggio dall’ “ancien regime biologico” alla rivoluzione industriale il carbone avesse continuato a essere a lungo un “combustibile di integrazione” a vento, sole, acqua, e legno e, naturalmente, alla forza umana e animale, cioè le principali fonti di energia della società pre-industriale. Storicamente, le transizioni energetiche hanno proceduto infatti non per sostituzione, ma per accumulazione e ibridazione – di fonti di energia, di paradigmi tecnologici, di saperi tecno-scientifici e imprenditoriali, di culture industriali e risorse umane. Piuttosto, ciò che è interessante indagare sono, appunto, le accelerazioni, che si sono verificate quando è stato necessario superare un qualche “vincolo ecologico”. Questo va inteso in senso lato, includendo innovazioni tecnologiche (per esempio, la macchina a vapore) o dinamiche di prezzi (per esempio, l’aumento del costo del legno dovuto alla deforestazione nell’Inghilterra del 700), strategie militari e geopolitiche (per esempio, il passaggio della Royal Navy al motore a scoppio che avvia la transizione ai combustibili liquidi a cavallo della prima guerra mondiale), definizioni di interesse nazionale o strategie di governance internazionale (Kyoto, Parigi), e loro varie combinazioni, perché i vincoli sono variamente collegati l’uno all’altro. Non ultimo, il ruolo del discorso pubblico nel plasmare la legittimazione sociale di alcune tecnologie energetiche rispetto ad altre, dato che il cambiamento tecnologico interagisce profondamente e spesso in modo decisivo con le strutture sociali, politiche e istituzionali. Al punto che di recente si è anche cercato di quantificare il rapporto tra transizioni energetiche e “rivoluzioni” sociali (M.Fischer-Kowalski et al, Energy transitions and social revolutions, Technological Forecasting & Social Change, 138, 2019). La domanda da porsi è quindi se e da che punto di vista, o fino a che punto, oggi ci troviamo in una fase di accelerazione. Da una parte, certi vincoli ecologici sono sempre più evidenti (il surriscaldamento climatico, la mobilitazione dell’opinione pubblica, la moral suasion di accordi internazionali) e costituiscono elementi aggiuntivi di “costo” delle fonti tradizionali; dall’altra, sia la crescita dei paesi late comers sia i modelli di sviluppo dei paesi avanzati che richiedono tecnologie sempre più carbon free (per esempio, l’auto elettrica) aumentano ulteriormente la domanda di produzione di energia elettrica, per la quale il carbone costituisce ancora la principale singola fonte a livello globale.