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 La ripresa in Europa deve passare necessariamente per la parità. Il commento di Beatrice Covassi, Ministra consigliera presso la Delegazione dell'Unione europea a Londra, ai dati del nuovo rapporto dell'European institute for gender equality. Le straniere in Italia lavorano prevalentemente nel settore domestico e dei servizi alla persona, la pandemia ha reso queste donne ancora più vulnerabili e allo stesso tempo necessarie. Cosa dicono i dati del nuovo Dossier statistico immigrazione. Oggi, 10 novembre 2020, è l'equal pay day, il “giorno senza paga”.

 Ovvero, il giorno a partire dal quale simbolicamente le donne europee iniziano a lavorare gratis fino a fine anno. Il gap salariale nell’Unione europea si attesta infatti ancora intorno al 14%, a oltre sessant’anni di distanza dai Trattati di Roma che sancivano il principio di parità retributiva. Un dato che assume oggi, nel contesto economico e sociale legato alla pandemia del Covid19, una valenza ulteriore e identifica l’uguaglianza di genere come obiettivo imprescindibile per la ripresa. La pandemia ha acuito in modo drammatico le diseguaglianze esistenti e ci obbliga a ripensare in profondità i nostri modelli sociali e di sviluppo. Oggi dobbiamo trovare il coraggio di attuare una rivoluzione femminista. Se non lo facciamo adesso non ci sarà un altro “quando”. L’entità delle sfide attuali emerge dal nuovo rapporto dello European institute for gender equality (Eige) che valuta l’Ue e i singoli paesi in base a un “indice di uguaglianza” in sei ambiti chiave: il lavoro, i soldi, il potere, il tempo, la conoscenza e la salute. Il rapporto Eige 2020 ci racconta un’Europa che sta avanzando sulla strada dell’uguaglianza (67,9 punti) ma ancora troppo lentamente. Di questo passo, secondo l’Eige, ci vorranno ben 60 anni per realizzare la parità di genere. La classifica dei paesi europei vede la Svezia al primo posto con un punteggio di 83,8 e la Grecia all’ultimo con 52,2, segnalando importanti divari tra i paesi. L’Italia resta al di sotto della media europea, attestandosi al 14mo posto, e – dato significativo – ha il punteggio più basso tra tutti i paesi Ue nell’ambito del lavoro (63,3). Altre aree problematiche per le donne nel nostro paese sono il potere economico, politico e sociale (48,8), il tempo dedicato ad attività cura e assistenza (59,3) e le competenze (61,9). L’occupazione femminile emerge dal rapporto Eige come la sfida più attuale e drammatica. L’Italia è il fanalino di coda tra i paesi dell’Unione per la parità nell’ambito del lavoro. Il tasso di occupazione femminile, basato sull’equivalenza a tempo pieno, è fermo al 31% contro una media europea del 42% e le donne italiane guadagnano al mese ben il 18% in meno dei colleghi uomini. Il gap occupazionale di genere si amplia ulteriormente nelle coppie con figli. Le cause sono ampiamente conosciute ma la politica continua a non affrontarle con l’urgenza e il rigore dovuti. Le donne svolgono più ore di lavoro non pagato, interrompono di frequente la carriera per prendersi cura di figli e familiari, sono bloccate da un solido “soffitto di cristallo” e sono ancora vittime di discriminazioni sul lavoro –  illegali sulla carta ma spesso tollerate nella pratica. La disparità salarial si traduce in Europa in una perdita di guadagno annuale del 39,6% e in un gap nelle pensioni del 35,7%. Tanto, troppo in un momento in cui la pandemia ci sta spingendo sull’orlo di una nuova possibile recessione economica. Per questo la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen proporrà per la prima volta in dicembre delle misure per rendere la transparenza salariale obbligatoria nell’Ue. Il rapporto Eige evidenzia inoltre quanto le attività domestiche e di cura restino in larga parte sulle spalle delle donne, sempre in prima linea nell’assistenza di figli, nipoti, anziani e persone con disabilità. Secondo i dati Eige le donne italiane svolgono ben l’81% del lavoro domestico non pagato. La pandemia del Covid19 ha aumentato la pressione sulle famiglie e di conseguenza sulle donne, soprattutto nel caso delle madri single. L’esperienza del “lockdown” ha al contempo evidenziato quanto tale attività di cura sia essenziale per la tenuta sociale ed economica del paese, rendendo non rimandabile un suo inquadramento anche legislativo. In questo contesto diventa importante attuare al più presto la Direttiva Ue del 2019 sull'equilibrio tra attività professionale e vita familiare. Il nuovo quadro normativo europeo introduce norme minime in materia di congedi familiari, modalità di lavoro flessibili e un'equa ripartizione delle responsabilità di assistenza e di cura. Tra queste merita segnalare l’introduzione di un “congedo di cura” di almeno 5 giorni.  Le nuove competenze, soprattutto nell’ambito delle tecnologie digitali sono fondamentali per il futuro del lavoro. Il rapporto Eige di quest’anno include un focus tematico sulla digitalizzazione che indica per l’Italia disuguaglianze profonde. Solo il 20,9% dei diplomati in materie ICT è donna e il gap si allarga ulteriormente se si guarda agli specialisti del digitale, con il 14,8% di donne contro l’85,2% di uomini. Se non si adotteranno misure per colmare rapidamente questo gap le donne si troveranno tagliate fuori da quella che è la nuova dimensione del potere: il mondo digitale. Basti pensare all’impatto che intelligenza artificiale e algoritmi hanno nel nostro quotidiano, dalle reti sociali al mondo dell’informazione, la democrazia, la salute, le scelte di consumo. Il rapporto tra donne e potere è un altro ambito dove il nostro paese, nel rapporto Eige, ha un punteggio sotto la media europea in tutte le dimensioni: potere politico (49.3 punti), economico (54,9) e sociale (43,1). Questi indicatori ci dicono che le donne contano ancora troppo poco e che se è bello rallegrarsi per le vittorie di donne leader in altri paesi – da Jacinda Adern in Nuova Zelanda a Kamala Harris negli Stati Uniti – sarebbe anche doveroso chiedersi perché da noi questo non accada. Si tratta come è evidente di uno snodo cruciale perché senza donne nei ruoli decisionali diventa impossibile portare avanti istanze e visioni politiche nuove e innovative. Escludere le donne dai meccanismi decisionali è il rischio che stiamo correndo nella gestione della pandemia e della ripresa. Si ricorderà che la primavera scorsa è stata necessaria una mobilitazione, (#datecivoce), per ottenere una maggiore partecipazione femminile nelle varie task-force istituzionali create in risposta alla pandemia. Oggi numerose associazioni in Europa e in Italia (#halfofit, #giustomezzo) si stanno mobilitado perché le risorse finanziarie europee previste nel piano “Next generation Eu” siano destinate all’occupazione femminile. Continuare a mobilitarsi è importante ma non basta. Serve creare le condizioni perché la parità di genere diventi un obiettivo politico fondamentale e un criterio di valutazione comune. Come sottolinea la Commissione europea nella sua strategia 2020-25 per l’uguaglianza di genere, bisogna includere un’analisi di impatto di genere nelle proposte di legge e inserire l’uguaglianza nei criteri obbligatori per l’attribuzione di progetti e appalti pubblici. Di fronte alle sfide drammatiche di questa pandemia l’invito, urgente, è a cogliere gli spunti europei non perché “ce lo chiede l’Europa” ma perché ce lo chiede il bene comune. Attuare un’agenda coraggiosa per l’uguaglianza di genere significa mettere non solo le donne ma tutto il paese in condizione di vincere la sfida della ripresa.