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ASSALTO AL CONGRESSO: La prima settimana del 2021 è stata dominata dall'assalto al Congresso degli Stati Uniti nel giorno dell’Epifania. Destinato a passare alla storia, è il picco sin qui più drammatico della tempesta che si agita nella pancia del paese. In attesa di conoscere il destino di Trump, come avverrà il passaggio dei poteri e che impatto avranno questi giorni sulla solidità delle istituzioni federali, conviene concentrarsi sui fattori interni e sulle conseguenze estere di questo evento eccezionale. «Frange più o meno squinternate dell’America negletta, meridionale e medioccidentale, antagonistica all’establishment, si sono scagliate contro il palazzo. Con sei senatori repubblicani, tutti provenienti dal Sud e dal Midwest,

che pure dopo gli eventi hanno votato in aula contro la validazione dell’elezione di Biden, almeno in Arizona. Confermando la ritrosia di Dixieland nell’accettare l’omologazione culturale pensata dalle coste. E la contrarietà del Midwest germanico a sopportare la scomparsa del proprio benessere. Faglie troppo ripide per sanarsi nel breve periodo, né Biden avrà gli strumenti per risolverle. Così, l’atteggiamento eccessivamente morbido della polizia conferma il riconosciuto diritto per i bianchi anglosassoni di esternare in forma violenta le proprie pulsioni, lusso negato alle minoranze. E segnala l’aderenza di alcuni agenti al fronte anti-establishment, soprattutto per ragioni di classe», osserva invece come la confusione americana sia una pessima notizia sia per gli alleati sia per i nemici degli Usa: «Quando la potenza leader del pianeta è in confusione, il problema ci riguarda tutti. E preoccupa, a diverso titolo e in varia misura, sia i soci che i nemici dell’impero americano. Certo, Pechino, Mosca e Teheran hanno accolto con gioia maligna il disastro del 6 gennaio e godono del fatto che oggi per Washington sia piuttosto arduo impartire lezioni di democrazia ed efficienza istituzionale al resto del pianeta. Ma a mente fredda, non sapere chi tenga non solo simbolicamente in mano il timone della superpotenza è un problema anche, forse soprattutto, per loro. Né si può escludere che per ricompattare la nazione e rinsaldare il primato nel mondo alcuni poteri americani siano pronti a scatenare una guerra, possibilmente breve e vittoriosa, che punisca almeno uno fra i tre supernemici. Di sicuro l’imprevedibilità degli Stati Uniti destabilizza il sistema delle cosiddette relazioni internazionali, già in entropia»  ACCORDO UE-CINA :  Dopo sette anni di negoziati, Unione Europea e Repubblica Popolare Cinese hanno siglato il testo – provvisorio – dell’accordo quadro sugli investimenti (Comprehensive Agreement on Investments, Cai). Accogliendo parte delle istanze tradizionali di Bruxelles, specie in termini di salvaguardia della proprietà intellettuale e di apertura di alcuni settori produttivi cinesi, l’intesa dovrebbe garantire alle aziende europee una maggiore reciprocità e un più ampio accesso al mercato del gigante asiatico, sostituendo gli accordi in vigore tra Pechino e i singoli paesi Ue. Condizionale d’obbligo, visto che la bozza dovrà essere approvata e poi ratificata dal Parlamento europeo, processo non scontato, farraginoso e che risentirà della postura che adotterà la prossima presidenza degli Stati Uniti. Sbandierato da Pechino (alla stregua della Rcep) come simbolo del sostegno cinese alla “globalizzazione economica”, l’accordo rimarca il ruolo dell’Europa quale terreno di scontro fra la superpotenza e il suo principale sfidante. Non a caso è stato siglato prima dell’avvento di Biden, ponendo l’Ue nella condizione di alzare il prezzo dell’allineamento agli Usa, ai quali viene anche segnalata – per ora sul piano simbolico – l’insofferenza per l’approccio assunto dall’amministrazione Trump in materia commerciale. Tanto sul piano multilaterale quanto su quello bilaterale (vedi dazi e controdazi relativi alla vicenda Airbus-Boeing). Senza contare che i rapporti tra gli Occidenti e la Cina non sono gli stessi del 2013, anno di avvio delle trattative sul Cai. I paesi europei non condividono il decoupling (Germania in primis) per cui spinge Washington. Ma, benché in ordine sparso, non sono rimasti insensibili alle richieste degli Usa di contenere la tecnologia di Pechino e di rispondere alle sue provocazioni nel Mar Cinese Meridionale. Inoltre, al livello comunitario si sono dotati di uno strumento per filtrare gli investimenti esteri (leggi cinesi). Riprova dell’impossibilità di prescindere dall’alleato transatlantico e della mutata percezione della proiezione della Repubblica Popolare. L’accordo, che fa gioco a sistemi economici come quelli tedesco e francese, già largamente presenti nell’economia cinese e intenti a riguadagnare sovranità, sottolinea anche la ritrosia di Parigi a lasciare che sia Berlino a guidare in solitaria l’Unione. La palla passa a Biden, chiamato a cucire gli strappi interni e a preservare la strategica influenza degli Usa in Europa, condizione della primazia globale. IL GOLFO ASPETTA BIDEN:  Settimana intensa anche sulle due sponde del Golfo Persico/Arabico. Su entrambe fervono i preparativi per l’ascesa di Joe Biden alla Casa Bianca. Vanno interpretate così sia la riconciliazione dell’Arabia Saudita con il Qatar sia le mosse dell’Iran, che è tornato a fare la voce grossa arricchendo l’uranio al 20% e bloccando una petroliera sudcoreana (ci sarebbero pure le accuse di aver ordito un attentato negli Emirati Arabi Uniti, ma sono appunto accuse). Il motivo per cui il Golfo è in subbuglio è l’aggiustamento tattico degli Stati Uniti in Medio Oriente. La strategia è sempre la stessa, evitare che le potenze imperiali (Iran e Turchia) dominino le potenze meno profonde (Israele e petromonarchie arabe), inducendo il caos e il tutti contro tutti. Possibilmente riducendo l’impronta militare per dedicarsi a partite più strategiche. Approccio non lungimirante e nemmeno responsabile, visto che di buona parte dei disastri della regione sono responsabili gli americani, ma a Washington è visto come il meno peggio. Gli arabi hanno capito perfettamente che dati questi imperativi gli statunitensi hanno due interessi. Primo, compattare la loro sfera d’influenza mediorientale (di qui la normalizzazione fra Israele e i suoi ex nemici, lista cui da ultimo s’aggiunge il Sudan). Secondo, contenere l’ascesa della Turchia, riducendo fra le altre cose la pressione su Teheran quel tanto che basta da giocarla contro Ankara. Sauditi e soci devono stare al gioco: questo il senso della retorica nei confronti di Riyad, che Biden promette di indurire. Casa Saud si riconcilia dunque con il Qatar sia per compiacere Washington (che da tempo chiedeva di por fine alla lite fra cugini) sia per unire il fronte anti-iraniano. Mosse non ispirate da una comunione d’intenti con gli statunitensi ma che finiscono per fare il gioco di questi ultimi. Anche l’Iran ne è consapevole, per questo alza la posta in gioco. E per questo la Guida suprema Ali Khamenei si può permettere di ammonire il paese a non avere fretta a rientrare nell’accordo sul nucleare del 2015. Il prezzo di Teheran sarà alto. Da notare che pure Biden e i suoi hanno chiarito di non avere tutta questa urgenza. Perché devono sedare la tempesta in patria. Perché prima s’occuperanno d’altro (Cina, Germania). E perché dovranno capire come inserire le trattative coi persiani nel più ampio quadro strategico mediorientale. Ci vorrà tempo. ALLEANZA GRECIA-ISRAELE: Gli interventi militari della Turchia in Libia e nel Nagorno Karabakh hanno provocato un notevole slittamento nel calcolo tattico di molti attori regionali, alterando sensibilmente le percezioni relative alla sicurezza e alla stabilità del Mediterraneo. Tra questi figura certamente Israele, che negli ultimi mesi ha maturato una vera e propria ossessione per la proiezione di potenza turca, temendo che Ankara stia presiedendo alla creazione di un “nuovo ordine mondiale”. A partire da quella che gli israeliani hanno battezzato la mezzaluna turca, centrata sull’Anatolia ed estesa da Tripoli a Baku. È a questa preoccupazione che risponde lo strategico accordo tra Gerusalemme e Atene annunciato il 5 gennaio dal ministro della Difesa israeliano Benny Gantz. In base all’intesa, del valore di 1,7 miliardi di dollari, lo Stato ebraico istituirà un’accademia dotata di simulatori per addestrare i piloti dell’Aeronautica ellenica e cederà ai greci 10 aerei da addestramento M-346, prodotti dall’italiana Leonardo. Aumentando così sensibilmente le capacità aeree greche. Paradossalmente, la mossa israeliana fa – forse inconsapevolmente – il gioco di Erdoğan. Consolida l’impostazione che la Turchia intende conferire alla competizione regionale. Volta innanzitutto a distinguere nettamente gli oggetti dai soggetti. Le arene di confronto dagli attori titolati a spartirsele. Il primo obiettivo tattico in termini temporali perseguito dalla Turchia in Libia è stato per esempio quello di espungere da tale teatro gli Emirati Arabi Uniti e affossare le ambizioni di Khalifa Haftar. Abbandonato dagli egiziani e umiliato dai francesi, che gli hanno intimato di non azzardarsi a lanciare una nuova offensiva su Tripoli. Mentre tollera con un certo compiacimento gli abboccamenti di Francia, Russia ed Egitto con il Governo di accordo nazionale, reputandoli titolati a perseguire i propri interessi. Come gli Emirati, la Grecia ha per molto tempo giocato in una categoria di gran lunga superiore alla sua stazza. Atene ha provato a intestarsi una quota di acque mediterranee sproporzionata rispetto alle sue capacità militari ed economiche. Respinta e attaccata in contropiede dalla Turchia, si è gettata nelle braccia di chiunque si offrisse di proteggerla. Prima la Francia, ora Israele – mentre gli Stati Uniti osservano. Se nel breve periodo Atene ne trarrà beneficio, prevenendo verosimilmente attacchi diretti di Ankara, nel medio termine il suo destino rischia di non essere troppo dissimile dalla sorte di Haftar, per quanto i greci dispongano di una statualità più consolidata di quella del raccogliticcio Esercito nazionale libico.Appaltando la difesa dei propri interessi a potenze esterne, la Grecia inserisce di fatto la garanzia della propria sicurezza nazionale – e in prospettiva della propria integrità territoriale – nella competizione muscolare tra potenze regionali. Dunque, in un articolato complesso di convergenze e rivalità geopolitiche che sfugge al suo controllo. Con il rischio concreto che gli attuali patrocinatori ne svendano domani la tutela per avanzare le proprie prerogative, per comporre le proprie divergenze con la Turchia. MANOVRE NAVALI NELL’INDO-PACIFICO: In questi giorni il Giappone è attivissimo. Ha descritto Taiwan come “linea rossa” e “possibile prossimo obiettivo” della Cina dopo Hong Kong. Una sua azienda energetica ha annunciato una joint venture con una società vietnamita per estrarre idrocarburi nel Mar Cinese Meridionale rivendicato da Pechino. Ha invitato la Germania a inviare in quelle stesse acque contese navi da guerra per addestrarsi con le sue e quelle di altri paesi dell’Indo-Pacifico. E il 40% delle sue aziende stanziate in Cina che producono tecnologie sensibili pianificano di spostarsi in parte o in toto al di fuori della Repubblica Popolare. Sono tutti segnali che confermano il pieno recupero di una dimensione strategica, processo battezzato da Limes rivoluzione giapponese. Tokyo torna a comportarsi come una potenza, a pestare i piedi a Pechino, a usare il linguaggio strategico, ad allineare il settore produttivo alle sue esigenze geopolitiche. Con terrorizzata consapevolezza dei propri limiti, di non poter resistere da sola all’ascesa cinese. Per questo, parlando di Taiwan quasi pretende dall’entrante presidenza Biden di prendere una posizione netta in difesa di Formosa, nella speranza di delegare agli Stati Uniti il compito di assicurare l’isola dalle mire di Pechino. E per questo accoglie più paesi possibile in una nascente coalizione navale: nel 2021 Francia, Germania, Regno Unito e India manderanno navi da guerra a est di Malacca a manovrare con la Marina del Sol Levante. Tutto ciò spinge in una direzione vagamente favorevole alla strategia anticinese degli Stati Uniti. Ma dal punto di vista tattico non c’è pieno allineamento fra Usa e Giappone. Perché quest’ultimo si muove non solo per contenere Pechino, ma anche per disinnescare gli appetiti più bellicosi di Washington.A causa di questi dissapori, che accomunano anche altri soci degli Usa, sarà difficile che nasca un’autentica e oliata coalizione navale contro la Cina. Ciò non vuol dire che le medie potenze dell’Indo-Pacifico faranno favori a Pechino. Vuol dire che Washington farà fatica a imbastire una Nato asiatica, con una precisa divisione dei compiti e dei teatri. In caso di guerra alla Repubblica Popolare sarebbe da sola, o quasi.